giovedì 15 novembre 2018

La Fiera degli Uccelli (Viale Machiavelli e Viale del Poggio Imperiale)

La vigilia di San Michele Arcangelo, il 28 settembre, si svolgeva fino agli anni Ottanta del secolo scorso, subito fuori di Porta Romana, precisamente lungo l’inizio dei Viali Niccolò Machiavelli e del Poggio Imperiale, la tradizionale Fiera degli Uccelli
Luciano e Ricciardo Artusi
La Fiera degli Uccelli

La vigilia di San Michele Arcangelo, il 28 settembre, si svolgeva fino agli anni Ottanta del secolo scorso, subito fuori di Porta Romana, precisamente lungo l’inizio dei Viali Niccolò Machiavelli e del Poggio Imperiale, la tradizionale Fiera degli Uccelli, tipico appuntamento annuale con il mondo contadino e dei cacciatori.

L’origine di questa fiera-mercato, che durava soltanto lo spazio di un mattino, si ricollegava alla passione per la caccia dei fiorentini che di buon’ora vi accorrevano per acquistare quanto poteva loro occorrere, come gabbie, pispole, tagliole, reti, panie e più che altro “richiami”, per soddisfare la passione venatoria. I canori volatili da richiamo più ricercati, usati nell’uccellagione per attirare gli altri loro consimili, erano fringuelli, pettirossi, merli e tordi. Non mancavano però neppure le civette, particolarmente addestrate per attrarre le allodole verso i cacciatori in agguato nei mimetizzati capanni. Fin dalle prime ore del mattino, dalle minuscole gabbie appese ai rami degli alberi lungo i due viali, i piccoli pennuti iniziavano il loro dialogo con il giorno e con la natura: un canoro cinguettio che si confondeva con le chiassose contrattazioni fra venditori e acquirenti, e ai trilli dei “fischiatori” che, con svariate pispole e fischietti, imitavano alla perfezione i gorgheggi di alcuni esemplari di uccelli canterini.

Un concorso per “fischiatori di poggio e di palude” era organizzato con tanto d'insindacabile giuria e rituale premiazione. Un particolare richiamo, che non era quello di un volatile, ma faceva intervenire alla fiera anche i non cacciatori, era dato dai caratteristici “disturnatori” i quali, alternandosi a cantare in un ameno battibecco in ottava rima, improvvisavano versi a “botta e risposta” in uno scambio di motteggi che faceva scaturire prolungate risate fra i divertiti astanti; vinceva chi riusciva a mettere in difficoltà l’avversario. Poi, a tarda mattinata, i banchi si vuotavano ed il chiassoso affollamento andava un po’ alla volta assottigliandosi, tanto che prima di mezzogiorno era tutto finito. Con una certa obiettività c’è da dire che quando la fiera fu soppressa era, di fatto, già scaduta di tono e d’importanza, sia perché il numero dei cacciatori era notevolmente diminuito e perché quelli ancora con porto d’arme e doppietta, avevano il modo di provvedere agli acquisti delle proprie necessità venatorie tutto l’anno presso appositi esercizi commerciali.

Forse il maggior distacco dell’affluenza alla fiera fu anche il frutto di una presa di coscienza e di rispetto per la vita degli animali, non più considerata un’esistenza semplice e inutile, ma una bellezza facente parte della natura che ci circonda, pertanto da amare e salvaguardare, come appunto un cinguettio, un batter d’ali e l’intrecciar di voli in un fugace bagliore di un tramonto.

Della fiera degli uccelli, adesso, è rimasto solo il modo di dire: Bei i mi’ ciuchi! Anche se di primo acchito non sembrano avere attinenza i ciuchi con gli uccelli, il detto ha avuto origine proprio alla fiera di Porta Romana. Si racconta di un tale che vendeva canarini: a chi voleva un maschio o una femmina, prendeva il piccolo pennuto in mano, gli soffiava più volte sulle penne di dietro per distinguerne il sesso, ripetendo fra i denti: Bei i’ mi’ ciuchi. Gli acquirenti non capivano cosa volesse dire con quell’affermazione fino a che uno, più curioso degli altri, gli chiese spiegazioni, e si sentì rispondere: Caro lei, prima di fare l’uccellaio facevo il sensale e commerciavo anche somari che riconoscevo subito i maschi dalle femmine, senza esitazioni e perdita di tempo!

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