Il cortometraggio “Sabina”, un invito a entrare nel mondo dei sordi

Un cortometraggio per scoprire la lingua dei segni e la realtà dei sordi: si chiama "Sabina", proiezione il 5 ottobre a La Compagnia

“La vita ci riserva percorsi inaspettati”. Inaspettati come il cortometraggio “Sabina”, realizzato dalla Compagnia Teatrale Il David che sarà proiettato sabato 5 ottobre al Cinema La Compagnia in Via Cavour 50.

In “Sabina” il regista Rosario Liotta fonde suono e silenzio in un intreccio suggestivo ed emozionante. Racconta la magia dei segni, l’importanza delle mani per scoprire nuovi modi di comunicare, strade inattese per riempire quel silenzio che non resta vuoto, ma diventa poesia, suggestione, stupore.

“Sabina”, un cortometraggio per scoprire il mondo dei sordi

“La lingua dei segni è la mia lingua da sempre – racconta Liotta -. Quando ero bambino usavo i segni per comunicare con gli altri. Il tempo passava, io crescevo e cominciavo a vedere i segni come qualcosa di diverso, di nuovo, qualcosa che poteva farmi emergere e che poteva cambiare la mia vita. Mi sono accorto di non segnare come gli altri, i miei segni andavano oltre la normale comunicazione, riuscivo a descrivere la realtà esterna, a trasformarla in uno spettacolo per gli occhi”. 

Come nasce l’opera “Sabina”?

“Nel 1994 ho iniziato il primo cortometraggio e l’ho fatto tutto da solo. Ero curioso di vedere se ne ero davvero capace. L’argomento nasceva da aspetti della vita quotidiana. Poi piano piano è diventata una passione, che porta con sé anche molto divertimento. Con il cortometraggio del 2011 iniziammo a trattare temi che riguardano il mondo dei sordi. Nei successivi, incluso anche l’ultimo, traggo spunto dalla realtà sociale che ci circonda, per portare all’attenzione di tutti le difficoltà che ancora oggi incontriamo e una mancata parità sociale causata da lacune legislative, prima tra tutte il mancato riconoscimento definitivo della Lis”. 

Come è iniziata la passione per il teatro?

“La prima volta che vidi un sordo sul palco fu nel 1989, nelle sue mani c’era ritmo e fantasia. Tutto era vivo davanti ai miei occhi, rimasi incollato a lui per tutta la durata dello spettacolo”

Ha avuto un mentore?

“No, non ho mai avuto un mentore. Nasce tutto dalla passione che ho da sempre”.

Il tempo in “Sabina” scivola circolare accompagnando la storia della protagonista, una giovane donna costretta a fare una scoperta traumatica che cambierà la sua vita, ma è anche un tempo frammentato che costringe lo spettatore a continui salti temporali. 

Che ruolo gioca il “tempo” sia all’interno della storia che nella sua esperienza personale?

“Il tempo ha una valenza soggettiva. Siamo noi che diamo valore al tempo con le nostre azioni e con il nostro contributo per il benessere del prossimo”. 

Perché è importante che lo spettatore si senta partecipe? 

“Perché solo sentendosi partecipe può capire l’importanza di sentirsi ugualmente degni delle stesse opportunità, senza discriminazioni. Credo che in qualunque condizione uno sia, deve lottare per dimostrare di poter fare tutto ciò che desidera. Io lotto ogni giorno per poter essere un modello per i giovani sordi, cercando di affermarmi come regista. E non è detto che non accada”.