martedì, 26 Maggio 2026
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Non era una fuga di gas

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Era il secolo scorso, eppure sono passati solo venti anni. Ero uno studente quasi fuori sede, abitavo in un appartamento realizzato in una soffitta ribassata di via Faenza. Cominciavo ad annusare questo mestiere, in modo autodidatta, da dillettante. La casa la dividevo con altri tre studenti, Beppe Arlia, Paolo Franchini e Filippo Zanzi. All’una e zero quattro un boato, il letto si mosse. O forse era solo la paura di sentire un rumore che non avevo mai sentito prima. Dalla finestra della mia camera vidi, con Beppe che si svegliò con me – mi pare – lontane, per alcuni minuti, le fiamme. Poi, quasi niente. Mi preoccupai della mia ragazza di allora, che era andata al cinema con un’amica (Martina Fontani) proprio in quella zona. Abitava in Oltrarno.
Non c’era internet, se non qualche Bbs, c’era solo la radio, nel ’93. Ed io collaboravo con Novaradio, una piccola fucina di creatività e improvvisazione dove facevo finta (pensavo) di fare il giornalista.
La mattina mi chiamarono, presto: “Corri in piazza Signoria”.
Arrivai, e trovai un caos di gente che si muoveva, e un silenzio di gente che guardava. E un cordone di accesso alla zona colpita dalla bomba. “Entra: lui è con me”. A farmi superare la barriera – non ero ancora iscritto all’Ordine, non avevo il tesserino – fu Alessandro Formichella, allora mio “mentore” alla radio, faceva il corrispondente per Italia Radio.
Mi ricordo poco, di cosa sentii. Mi ricordo molto, di cosa provai. Frastornato, incapace di rendermi conto di costa stava succedendo, di come mi dovevo comportare. Lì a fianco c’era Claudio Gherardini, di Controradio. Ormai era acclarato che non era una fuga di gas, ma le fonti ufficiali aspettavano la conferma. Lui, da ore, diceva: era una bomba. Gli altri colleghi presenti li ho imparati a conoscere solo dopo. Ero un pesce fuor d’acqua.
Uscì l’ingegner Pastorelli. Era il capo della protezione civile. Gli si fecero intorno i giornalisti, io, timido, piazzai il mio registratore a cassette (ce l’ho ancora, non funziona più, ma lo tengo uguale). Fu lui a dire: “È una bomba”. Accanto a me, una giornalista, sorpresa, domandò: “Ma non era gas?”. “Signorina – le rispose Pastorelli, con la faccia stremata – ci sono buchi a dieci metri di altezza, quella è una bomba”. Io e Alessandro ci precitammo verso il bar all’angolo di piazza Signoria, su via Calzaioli. Per trasmettere l’audio del registratore di Pastorelli, allora, si appoggiava il registratore audio alla cornetta del telefono (non al cellulare, fischiava tutto). Dissi ad Ale: “Ti do l’audio”. Lui: “No, l’intervista l’hai fatta te, fai te la diretta per Italia Radio”. Ricordo che partii con l’audio di Pastorelli, e poi cominciai: “Questa è la voce del capo della protezione civile, Pastorelli. È lui a confermare che l’esplosione di stanotte a Firenze è stata una bomba”. Mi ricordo solo quello, il senso della frase, anche se parlai per oltre due minuti.
Furono giorni incredibili, poi: il silenzio pesante, oppressivo, in piazza. La manifestazione, pochi giorni dopo. La fiaccolata, dopo le altre esplosioni a Milano. Io non ero giornalista. Ma è stato quello il momento in cui ho deciso, davvero, che dovevo provare a raccontare. A farlo, questo mestiere.
Il resto sono venti anni di tanti amici-colleghi che mi hanno insegnato, seguito, sgridato, cazziato, pazientato, parlato, urlato. A volte si sono messi a sedere con me per spiegare, altre mi hanno mandato a quel paese per farmi capire che avevo sbagliato, altri ancora – ahimè – se ne sono solo fregati, di quel giovane collaboratore. Eppure, se devo pensare al momento più intenso, anche se il ricordo si annacqua con le emozioni e lo rende nebbioso, di tutti questi anni, è stato quello. Quella mattina in piazza Signoria, vicino agli Uffizi.
Ecco, allora oggi lo posso dire: da 20 anni faccio questo mestiere. Cercando, spesso non riuscendoci, di non dare tutto per scontato. Per alcuni “il giornalismo è finito”. Fino a che mi ricorderò quel giorno, io resterò convinto che il giornalismo debba ancora cominciare.
Oggi è l’anniversario della strage dei Georgofili. Stasera, un’altra volta, ci sarò, all’una e 4 minuti. A sentire la Martinella. E a stupirmi di nuovo di come l’uomo possa essere atroce. E di come sappia trovare le energie per ripartire.

L’autore ha scritto questo ricordo a vent’anni dalla strage dei Georgofili, nel 2013

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