lunedì, 21 Settembre 2020
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Su e giù da un treno: vita da pendolari

C’è chi si gode l’assenza del traffico e chi sfida la sorte lottando con treni mai puntuali, autobus stracolmi e gente perennemente arrabbiata. Alla scoperta del piccolo ''esercito'' che ogni giorno si muove per studio o lavoro. Sono oltre 106mila le persone che si spostano quotidianamente verso il capoluogo.

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Noi, pendolari controsenso. Storie di chi esce dalla città

Tra chi va e chi viene c’è sempre chi continua a muoversi in direzione ostinata e contraria. Sono i pendolari in uscita da Firenze, quelli che invece di spostarsi – per motivi di studio o lavoro – dai dintorni della città verso il capoluogo, si muovono nel senso opposto: dall’interno verso l’esterno.

E ben nascoste nei sottoinsiemi di questa categoria in controtendenza esistono due scuole di pensiero che cambiano in continuazione a seconda della destinazione e del mezzo utilizzato. Non tutti i viaggiatori che appartengono a questo gruppo – sono circa 30mila le persone che tutti i giorni si muovono da Firenze – vivono infatti i disagi perpetui di chi arriva in città trafelato tutte le mattine. Prendiamo il caso di Michele, giovane agronomo che dalla città del giglio si sposta verso Tavarnelle. “Fino a qualche anno fa lavoravo in centro, in via dei Serragli, e per raggiungere il mio ufficio impiegavo mezz’ora tutte le mattine”. Il paradosso è che oggi percorre più di trenta chilometri e il tempo che passa in macchina non è cambiato molto. “Sembrerà strano, ma anche adesso non impiego più di trenta minuti. Con la differenza che prima li passavo nel traffico, mentre oggi trovo la strada sgombra e riesco a passare da scorciatoie e stradine meno battute che mi permettono di accorciare notevolmente il tragitto in auto. La vita del pendolare controsenso non è male”. Certo, non si può pretendere che sia tutto rose e fiori: “La sera vivo un po’ più di disagio perché, dovendo tornare verso Firenze, brucio quell’oretta che se fossi stato in città avrei investito per fare un salto in palestra, visitare una mostra o magari fermarmi a prendere un aperitivo con gli amici. Anche perché al ritorno la strada è un po’ più congestionata, e i trenta minuti lievitano fino a quaranta”.

Diverso il punto di vista di chi non viaggia su gomma ma si affida alla sorte scegliendo il più ecologico treno, come Alessio Bottini, professione studente, che per raggiungere Prato, dove ha sede il corso di laurea che frequenta, si imbatte quotidianamente in una serie di disagi che trasformano in un’epopea uno spostamente di venticinque minuti. “I treni in ritardo sono una consuetudine, si fermano alla stazione almeno dieci minuti dopo l’orario previsto e poi c’è quasi sempre da combattere con i distributori automatici di biglietti, spesso fuori servizio”. In condizioni normali il viaggio da Firenze alla stazione di Prato dovrebbe durare 45 minuti, giusto il tempo di prendere la tramvia sotto casa, scendere a Santa Maria Novella, salire sul primo locale che viaggia in quella direzione (ce n’è uno ogni dieci minuti), leggere qualche pagina di un libro e scendere a destinazione. “Invece i ritardi si sommano ai ritardi. Non si può mai sapere quando si arriva. Ecco, hanno appena annunciato che il mio treno arriverà non ora ma tra 10 minuti…”, racconta in diretta Alessio, che abbiamo raggiunto al telefono mentre rientra dall’università. L’intervista finisce, ci salutiamo. Passa qualche istante e arriva un sms: “Per la cronaca, il ritardo è già lieviato a trenta minuti”.

 

Quelli che Firenze la vivono “part time”

Un esercito, una minoranza silenziosa di fiorentini part-time, che dalle 6 del mattino iniziano a popolare la città per poi lasciarla nel tardo pomeriggio. E così via, tutti i giorni. Il pendolarismo verso Firenze è una regola di vita per più di 106mila persone. Sveglia, colazione e partenza per un viaggio di almeno 30 minuti che, in molti casi, dura più di un’ora. Arrivano in parte dai comuni confinanti o dal territorio provinciale, ma anche, in circa 30mila, da fuori provincia. Un terzo di loro lo fa per studio, gli altri per lavoro (ma la forbice si assottiglia per chi abita in altre province: 44 per cento di studenti contro il 56 per cento di lavoratori).

I più vicini vengono da Impruneta, Bagno a Ripoli, Scandicci, Fiesole, Sesto Fiorentino e Campi Bisenzio. Allargando il campo sono i pendolari di Prato i più numerosi, seguiti da quelli di Arezzo e Pistoia a pari merito. Ma come arrivano a Firenze? Autobus e mezzi privati sono alla portata di chi ha pochi chilometri da percorrere, ma a farla da padrone è il treno, scelto dalla metà dei pendolari e dalla stragrande maggioranza di chi arriva da lontano. I quasi 1.700 chilometri di binari toscani si annodano tutti intorno alle tre principali stazioni di Firenze, facendone uno dei primo otto poli ferroviari in Italia. Santa Maria Novella è il capolinea della “direttissima” Firenze-Roma, utilizzata dai pendolari di Arezzo e del Valdarno, così come delle ferrovie che fanno sosta a Borgo San Lorenzo: la (tristemente) nota “Faentina” e la linea che devia su Pontassieve prima di puntare verso il capoluogo. La stazione di Firenze Rifredi è invece il riferimento per chi parte da Pisa (o addirittura da Livorno) e prosegue per Empoli (punto di raccordo con la problematica Ferrovia centrale italiana, unico collegamento con Siena), oltre che per i treni in partenza da Lucca e dalla Versilia, che si intersecano poi nelle linee di Pistoia e Prato.

Una vita per niente facile. Continui ritardi, carrozze sovraffollate, vagoni obsolescenti e sporchi, treni sempre meno numerosi e informazioni spesso approssimative a bordo e in stazione. Sempre le stesse lamentele, ormai ben note anche a chi un treno non l’ha mai preso, segno che negli anni niente è cambiato. Eppure i pendolari ci provano in ogni modo a farsi sentire. I comitati nascono come funghi: ce ne sono ad Arezzo, a Pisa, nel Valdarno, a Prato e nel Mugello, e con l’esplosione dei social network hanno acquistato potere e popolarità. Facebook è pieno di bacheche dedicate, con segnalazioni, testimonianze e foto che documentano in tempo reale tutti i disservizi. Sempre più spesso i vari portavoce vengono invitati a sedere ai tavoli decisionali, e qualche conquista è arrivata. Ma essere pendolare significa ancora dover affrontare una gincana giornaliera difficile da capire fino in fondo per chi non ne ha esperienza e, nonostante ciò, necessaria per una fetta importante del tessuto economico e sociale fiorentino.

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