venerdì, 12 Giugno 2026
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La comunicazione come dispositivo di potere

Politica e giornalismo. il potere si è progressivamente trasferito dentro la comunicazione, dissolvendo progressivamente ogni esterno

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Politica e giornalismo. Esistette (verbo non casuale) una stagione in cui la struttura della narrazione pubblica manteneva ancora una parvenza di reciprocità, un rituale disciplinato, quasi liturgico, in cui la parola del potere accettava di essere attraversata da un controcanto. Non si trattava di trasparenza, concetto spesso sovrastimato, quanto di una forma codificata di proficuo attrito. Il linguaggio, allora, non era ancora completamente semplificato e conservava margini di imprevedibilità, interstizi in cui poteva insinuarsi l’imprevisto, talvolta perfino il dissenso. Nondimeno una notizia. Oggi, quella grammatica appare un reperto archeologico.

La comunicazione si è progressivamente sottratta alla dimensione dialogica per assumere la forma di un ambiente conosciuto e, dunque, confortevole. Un ecosistema autosufficiente, capace di generare e assorbire un significato senza necessità di verifiche esterne. Non domanda, predispone. Non si espone, dispone. La differenza non è soltanto semantica: riguarda la natura stessa del fenomeno. I natali di questa cesura – come accade spesso nella storiografia della nostra Repubblica – rimandano a un nome: Silvio Berlusconi. Non tanto per ciò che ha detto o non detto, fatto o non fatto, ma per aver compreso prima di altri che il potere non ha solo bisogno di saturare i vuoti: l’obiettivo vero è convincere. Apparire credibile. Da lì tutto discende.

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In controluce riaffiorano, sempre, le parole di Pier Paolo Pasolini: “Il potere è un sistema di educazione che separa e distingue”. La comunicazione contemporanea esercita esattamente questa funzione pedagogica, con una perizia che talvolta sfiora il virtuosismo: seleziona e ordina ciò che deve essere percepito, espelle ciò che rischierebbe di complicare la narrazione.

Con gli anni Duemila, il dispositivo affina le proprie tecniche. Se restiamo a Palazzo Chigi, abbiamo assaporato l’alternanza di numerosi premier: qualcuno ha incarnato la versione accelerata, quasi cinetica, con una verbalità che non si limitava a occupare lo spazio, lo consumava. Altri, al contrario, hanno offerto una declinazione per sottrazione: poche parole, calibrate al millimetro, come se il silenzio fosse diventato l’unità di misura del discorso. Due stili opposti, ma con la stessa consapevolezza: chi governa il ritmo governa il senso. Altri invece hanno tentato (con dubbi risultati) di assumere una funzione dichiaratamente consolatoria. Di recente, poi, abbiamo assistito a un altro naturale cambiamento: una fase in cui non serve più articolare un discorso, basta produrre unità minime di riconoscimento. Parole, segnali, formule identitarie, con l’offerta di enunciati progettati per essere estratti, isolati e condivisi.

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Mentre accadeva tutto questo, di pari passo, si affermava sempre di più una comunicazione social: figlia naturale del nostro contemporaneo, oggi conviviamo e talvolta subiamo l’affermazione potente e ormai quasi del tutto incontrastata delle piattaforme digitali e delle sue regole spesso non scritte. E con esse la definitiva evaporazione di ogni illusione interattiva. La comunicazione si frammenta, si riproduce, si replica all’infinito.

In questa architettura – complessa ma molto leggibile – la comunicazione politica (e con essa il giornalismo) smette lentamente di essere un filtro e diventa, più o meno inconsapevolmente, un moltiplicatore. Non interpreta, amplifica e redistribuisce. Non perché abbia rinunciato al proprio ruolo, ma perché il campo di gioco è stato ridisegnato.

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A ben vedere, il punto nodale è che il potere si è trasferito dentro la comunicazione, dissolvendo progressivamente ogni esterno. Non esiste più un “fuori” cui rispondere, ma solo un “dentro” da organizzare e con il quale convivere. E così la comunicazione non racconta più la realtà, la prepara. E mentre si discute di verità, post-verità e disinformazione, tutto il resto – che spesso coincide proprio con la realtà – costituisce solo un rumore di fondo. La metamorfosi, a questo punto, può dirsi compiuta: la comunicazione non è più uno strumento del potere. È il suo habitat naturale. E come ogni habitat ben costruito, ha una fondamentale caratteristica: non lascia vie di fuga, ma offre l’illusione costante di averne infinite.

(L’intervento è stato pubblicato su Huffington Post)

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