martedì, 22 Settembre 2020
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Ataf ai privati, il fronte del sì

O i privati o la morte. Lo ha detto a chiare lettere il presidente Filippo Bonaccorsi. “Se non apriamo a un partner industriale Ataf rischia di fallire entro 4-5 anni”. E vendita sia: il 40% delle quote sarà messo all’asta questa estate.

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O i privati o la morte. Lo ha detto a chiare lettere il presidente Filippo Bonaccorsi. “Se non apriamo a un partner industriale Ataf rischia di fallire entro 4-5 anni”. E vendita sia: il 40% delle quote sarà messo all’asta questa estate.

BILANCIO. Ci eravamo lasciati che l’azienda era in pareggio per la prima volta dopo 52 anni e ci ritroviamo con una che rischia il fallimento. La ragione sta nel vecchio parco macchine, che necessitano di essere urgentemente sostituite. Una prima tranche di vetture sono già state cambiate (54), ma ne mancano ancora due terzi e ognuna costa oltre 200mila euro. Impossibile pensare di rastrellare i 40 milioni necessari dai Comuni soci, già alle prese con conti esangui. Meglio far intervenire un privato, prima che sia troppo tardi, sostiene Bonaccorsi.

BAD COMPANY. In sostanza Ataf sarà divisa in due aziende, una delle quali rimarrà pubblica, mentre l’altra farà capo a un privato (si è vociferato di Ferrovie dello Stato e di Ratp, già coinvolta nella gestione della tramvia). Di proprietà pubblica rimarranno solo gli immobili e i depositi, mentre i bus passeranno al privato, così come la gestione del personale. Che passerà da 1.400 a 1.100 dipendenti circa. Il primo “sfoltimento” si avrà già quest’anno, a suon di incentivi all’esodo, “tutti autofinanziati”, assicura Bonaccorsi. Da qui i timori dei sindacati e dei lavoratori stessi, scesi più volte in piazza contro la privatizzazione. Anche se, compreso nel pacchetto, ci dovrebbe essere una clausola sociale, in grado di garantire i livelli occupazionali fino alla fine del contratto.

GARA REGIONALE. Chi partecipa alla gara dovrà inoltre mettere già nero su bianco un investimento di 10 milioni per il rinnovo dei bus. La contropartita? Sta nella gara unica per la gestione del Tpl in tutta la Toscana, messa in cantiere dalla Regione. Già l’anno prossimo il trasporto pubblico su gomma dovrebbe far capo a una sola azienda (o associazione temporanea di impresa o consorzio), un piatto appetitoso per un qualsiasi operatore del settore. La prospettiva, solo rimandata, è poi quella di integrare il servizio su gomma con quello su ferro, rendendo ancor più efficiente la macchina. Chi entra in Ataf oggi, dunque, entra in Toscana domani. Basterà ad attirare investitori? Molto probabilmente sì e anche di un certo calibro.

TIMORI. Non basta invece a rassicurare dipendenti e finanche cittadini che dei bus ne usufruiscono ogni giorno e che già si sono visti scippare corse e pezzi di linee nei mesi scorsi. Che succederà dando il servizio in pasto a un privato? “Con la privatizzazione di Enel e di Autostrade o della Sip non sono scomparse le autostrade, non viviamo al freddo e al buio e non facciamo i segnali di fumo per comunicare a distanza – ironizza il presidente Ataf – chi l’ha detto che il trasporto pubblico debba essere fornito esclusivamente da un’azienda pubblica? A Prato succede già e circa un quarto dei servizi della stessa area fiorentina sono gestiti da Linea, che è per il 66% privata”.

LAVORATORI. Insomma non sempre pubblico è meglio. Ma lo è sicuramente per chi ci lavora. Basta mettere a confronto le differenze di contratto tra i dipendenti Ataf e quelli di Cap, Lazzi, Sita e la stessa Linea. La mensa, tanto per dirne una, è inclusa per gli uni ma non per gli altri, così come i trasferimenti sono compresi nel turno per Ataf e non per gli altri. Infine chi lavora per i compagnie private deve essere a disposizione un’ora in più al giorno e matura una ventina di giornate libere in meno. Privilegi? Chi è abituato al traffico cittadino forse non è d’accordo.

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