“La crisi finanziaria porterà cambiamenti che riguardano anche il territorio. La regolazione è nata da noi in relazione alla deregolazione degli Usa, e ora è in crisi anche la regolazione. Tutto quanto fatto negli ultimi anni ora assume una luce diversa per quanto sta accadendo nel mondo”. Lo ha detto il professor Paolo Leon dell’Università “Roma Tre” di Roma, che ha preso parte alla  tavola rotonda intitolata “Territori capaci. Le sfide generali del laboratorio toscano”, tenutasi nel corso del convegno “Il territorio come capacità collettiva” in programma a Fiesole, su cui si sono confrontati, oltre a Leon, il presidente dell’Associazione ecologisti democratici Fabrizio Vigni e Amerigo Restucci, docente dell’Università Iuav di Venezia.

La crisi finanziaria che sta investendo il mondo in queste ore entra dunque “a gamba tesa” sui temi di territorio e ambiente come elementi determinanti per lo sviluppo delle politiche territoriali.“I piani regolatori sono piani di regolazione – ha continuato Leon – ma spesso il regolatore perde, e  gli obiettivi sono superati dalla forza di chi era regolato. Abbiamo sottovalutato il problema della rendita, che è potente”. Ma – secondo Leon – ora le cose stanno cambiando, perché “la crisi finanziaria determina il rovesciamento di queste posizioni, le rendite speculative sulle materie prime hanno abbassato le loro capacità e restaurato la necessità dell’intervento pubblico”.

“Ho l’impressione – ha concluso Leon – che in queste condizioni il territorio non possa più essere visto come prima: ora i privati sono più interessati alla produttività che non alla rendita. Il piano deve ora avere obiettivi pubblici non solo regolatori, e tenere in considerazione l’importanza dell’ambiente”.

E sull’ambiente ha centrato l’attenzione anche Fabrizio Vigni. “Dalla crisi attuale nascono alcune opportunità – ha detto – le due carte decisive per il futuro di Italia e Toscana sono la qualità del territorio, che in parte è andata perdendosi, e lo stare dentro alla nuova rivoluzione industriale legata all’energia pulita e rinnovabile. Quella del ‘non si tocca niente’ è una posizione che riguarda ormai solo una parte minoritaria dell’ambientalismo, ma sviluppo non è nemmeno continuare a cementificare tutto il territorio per costruire seconde e terze case: la via giusta sta nel mezzo”.

“Riformismo – ha concluso Vigni – vuol dire governare i cambiamenti guardando al futuro, ma sapere anche che dobbiamo mantenere le nostre radici”.

“Siamo di fronte a una crisi che lancia segnali eterogenei e con cui anche l’intervento pubblico dovrà fare i conti – ha detto Amerigo Restucci –. Una crisi che accuseranno soprattutto le grosse industrie, ma anche quelle piccole, seppur meno danneggiate, chiederanno di più al soggetto pubblico. Vorranno ingrandirsi ed avere maggiori infrastrutture. È quindi importante che il soggetto pubblico crei percorsi che siano capaci di rispettare il territorio e la sua storia, e che attivino una politica di guida per un rapporto corretto con il privato. In Italia un milione e 200mila ettari sono cementificati o asfaltati su 7.000 km di costa, e 2.600 km sono perduti per seconde case: diventa, quindi, sempre più importante la salvaguardia del territorio e della sua identità, e per questo si deve instaurare un colloquio fra pubblico e privato”.