mercoledì, 8 Dicembre 2021
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Recensione: Harry Potter e i doni della morte. Parte 2

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Lo abbiamo conosciuto mentre sperimentava i primi colpi di bacchetta nella scuola di Hogwarts, in seguito, osservato destreggiarsi con la potenza e i rischi delle arti occulte insieme ai suoi inseparabili compagni di vita Ron ed Hermione maturando con le sagge parole del mago Abus Silente.
Adesso, arrivati al capitolo conclusivo, sembra quasi strano abbandonare Harry Potter al suo destino, e lo spettatore non può guardare il ragazzo che ha visto crescere e con cui è cresciuto senza provare un filo di nostalgia.
Amori coronati, personaggi che si incrociano superando le barriere della morte o che compiono gesti estremi: ogni immagine pulsa di un sentimento ritrovato che oltre a concentrare lo sguardo sulla vicenda in corso, lo richiama in direzione della consapevolezza di osservare  per l’ultima volta il coraggioso maghetto.
Il film che conclude la saga racconta, infatti, un’epoca che si chiude e chiarisce eventi fino adesso rimasti insoluti e ciò sembra quasi in contrasto con il concetto di magia, un’idea che non somiglia a qualcosa di definitivo e concluso, ma più a un’irrealtà misteriosa ed in perenne trasformazione.
Ma la funzione della magia, all’interno di questa saga, è stata in parte proprio quella di tras-formare gli studenti di Hogwarts da piccoli ragazzi in giovani uomini per mezzo di sfide e prove iniziatiche superate le quali adesso Harry, Ron ed Hermione sono pronti a lasciarci, come la scrittrice Joanne K. Rowling ha concluso la sua epica storia.
Il regista David Yates, chiamato a girare gli ultimi tre capitoli, sa che tutti i fan attendono in quest’ultimo episodio l’inevitabile scontro tra Harry e lo sfigurato Ralph Fiennes, in arte Lord Voldemort, l’uomo che ha segnato fatalmente la vita del ragazzo, quando aveva appena un anno.
Magia bianca e magia nera, la vecchia scuola e la foresta proibita diventano, dunque, lo scenario dove ognuno dei rivali si serve dei propri alleati: la gotica Helena Bonham Carter dopo aver tentato di tagliare la testa ad Alice (Alice in the Wonderland) parteggia per Tu-sai-chi, dall’altra parte i maghi di Hogwarts fanno il tifo per Harry.
Ma stavolta in un fantasy che ha sempre messo in luce la collaborazione e l’amicizia, ciò che risalta è il duello (quasi) corpo a corpo tra i due nemici primordiali e le cui vite sembrano appese ad uno stesso filo, tanto da pensare che la sorte dell’uno sia strettamente vincolata a quella dell’altro.
Nella vertiginosa caduta libera di Voldemort ed Harry che sembra condurre verso l’oscurità, ma in cui si comincia a intravedere una prima luce finale, Yates crea uno scontro tecnicamente molto audace e scenografico e altrettanto batticuore, poiché niente è già scritto (se non nei libri dell’autrice) ma tutto appare ancora possibile.
La saga si conclude, Harry se ne va ma al contempo resta, poiché la gente non si dimenticherà di lui, ormai ben più celebre dell’attore che lo interpreta (Daniel Radcliffe) e la sua immagine rimarrà ben impressa nella memoria di molti per diversi anni o almeno nella mente di chi almeno una volta nella vita ha sognato di praticare la nobile arte della magia.

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