sabato, 1 Ottobre 2022
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Recensione: La vita accanto

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Rebecca è una bambina nata brutta, come tante altre.
Il libro racconta il mondo visto dai suoi occhi  e conferma ad ogni piccolo passo percorso “in punta di piedi” quanto il proprio aspetto sia una realtà talmente forte da oscurare ogni altra visione.
Come una preghiera da recitare ogni sera, Rebecca impara negli ampi spazi vuoti della casa natale che la sua famiglia non riesce a contenere la propria forma disarmonica ed ogni sguardo conferma tale sensazione dolorosa.
Per primo quello della madre che fugge il suo volto e dal giorno della nascita non l’ha mai accolta tra le braccia, ma si è ritirata nelle proprie stanze negandole ogni presenza.
Il padre, incapace di essere veramente tale, ha affidato l’educazione della figlia a due figure agli antipodi: la tata Maddalena, dolce e lacrimevole e la passionale, ambigua zia Erminia.
La sua famiglia si forma dunque tra le mura di una fortezza distante dal mondo e accanto: nell’amicizia con Lucilla, una bambina che risponde con gioia alle forme abbondanti del suo corpo e nell’aula della maestra Albertina, donna forte e intelligente che cerca di sottrarla alla perfidia della gretta provincia di Vicenza.
Grazie alla spontaneità colorata di Lucilla che agita finalmente la sua vita, Rebecca comincia a condividere pensieri sin’ora rimasti inespressi poiché mai richiesti e il suo corpo si libera attraverso mani perfette da pianista che volano leggere e ne riscattano l’eleganza interiore.  
Sottratta la colpa e il senso di vergogna, il suo talento si dispiega fluidamente nella musica e le memorie del suo passato penoso vengono ricucite nell’incontro con la candida signora De Lellis, le cui parole ricostruiranno la sua infanzia mal tessuta.
In una scrittura punteggiata da un affascinante misticismo religioso, padroneggiano in prevalenza figure femminili, immagini sempre ben definite nei loro tratti somatici: una scelta narrativa indubbia per un romanzo che insiste sul ruolo della bellezza.
Se la donna è, infatti, culturalmente molto più condizionata dalla sua forma esteriore prevale nel romanzo tuttavia la consapevolezza che la propria percezione esterna, riflesso involontario di un’immagine sociale, può cambiare attraverso la cura e l’amore altrui.
Così come la bellezza appare un fenomeno soggettivo, mutato nei secoli attraverso canoni estetici trascorsi nelle varie epoche, per l’autrice appare una convenzione altrettanto discutibile lo stesso concetto di famiglia borghese quando questo risulti privo di trama affettiva.
Teologa e filosofa Mariapia Veladiano (Premio Calvino 2010 e seconda classificata al Premio Strega 2011), sembra infatti compiere un rovesciamento di tutti quei luoghi (se sono) comuni che soffocano od ostacolano la costruzione di un personale equilibrio a livello sociale.
E’ così che nel quartiere delle Barche l’autrice inventa per Rebecca una nuova atipica e libera famiglia, luogo dove la bambina diventata adulta possa finalmente sentirsi bella.

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