La festa di San Martino

11 novembre, festa di San Martino e a tal proposito… parliamo dell’omonima piazza.

11 novembre, festa di San Martino e a tal proposito… parliamo dell’omonima piazza. Il toponimo è uno dei più antichi della città, che prese nome dalla chiesa di San Martino del Vescovo, fondata nel 986 dall’arcidiacono Giovanni da Fiesole, poi donata nel 1034 ai monaci della vicina Badia Fiorentina.

Riedificata nel 1479, è da allora sede della pia Compagnia dei Buonuomini di San Martino. In piazza, in angolo troviamo la Torre della Castagna, singolare monumento di storia patria per essere stata all’epoca di Dante, la prima sede del governo libero di Firenze, sul lato della quale è posta questa epigrafe: “Questa torre detta della Castagna unica resta delle sedi onde i priori delle arti ressero Firenze prima che la forza e la gloria del fiorente Comune facessero sorgere il Palazzo della Signoria”.

A fronte della torre vi è l’oratorio della Compagnia dei Buonomini di San Martino, fondato nel 1442 da Sant’Antonino con lo scopo di alleviare le sofferenze dei cosiddetti “poveri vergognosi”, cioè di quei poveri divenuti tali all’improvviso, dall’oggi al domani, in seguito a sconvolgimenti politici e relative impietose confische di beni. Essi, provenendo da famiglie benestanti ed essendo sempre vissuti nell’agio, si vergognavano a chiedere l’elemosina, che però accettavano di buon grado, restando nell’anonimato.

L’11 novembre i Buonomini onoravano solennemente il loro patrono, considerato fino dal Medioevo il santo della carità per aver donato a un povero, quando era cavaliere della Guardia Imperiale, e non avendo nient’altro da offrirgli, metà della sua clamide, cioè del corto mantello fermato con una fibbia sulla spalla. L’attività dei Buonomini fu così zelante e fattiva che il papa Eugenio IV era solito chiamarli “gli angeli di Firenze”.

Sul lato destro della porta d’ingresso della piccola chiesetta-oratorio, è ancora presente la buca delle elemosine con una lapide che reca la scritta: “Limosine per li poveri verghognosi di S. Martino”. Per la generosità dei fiorentini, i Buonomini hanno potuto proseguire l’utile attività caritativa fino ai nostri giorni. Se talvolta avveniva che la loro cassa fosse vuota, senza un quattrino, tanto da avere estremo bisogno di aiuto, i fratelli accendevano una candelina accanto alla porta d’ingresso del loro oratorio, in maniera che i passanti vedendola, esclamassero: “i Buonomini sono al lumicino” e così offrissero l’elemosina.

Pure oggi il modo di dire “essere al lumicino” è sinonimo di aver finito tutti gli averi e quindi trovarsi allo stremo delle forze. La Compagnia, dopo quasi seicento anni di vita conserva ancora il suo spirito originario, offrendo agli indigenti un conforto materiale e spirituale, sulle orme del suo fondatore, e c’è chi tuttora usa offrire elemosine introducendo monete nell’apposita fessura sotto il bel tabernacolo affrescato dal pennello di Cosimo Ulivelli, dove si vede San Martino attorniato dai poveri ai quali elargisce l’elemosina.

L’interno dell’oratorio, che si articola su una piccola navata decorata da affreschi del Ghirlandaio, in origine era attiguo all’abside dell’antichissima chiesa denominata San Martino del Vescovo (perché fatta costruire da Regimbaldo vescovo di Fiesole nel 1034) e molte volte confusa con questa. Ma per chiarezza, la chiesa del vescovo, parrocchia della zona che fu anche degli Alighieri e dei Donati, soppressa nel Settecento, aveva il suo ingresso dal lato opposto all’oratorio dei Buonomini, e cioè su via Canto della Quarconia dove se ne possono ancora vedere alcune secolari tracce.

Sulla piccola piazza ha l’ingresso anche la trattoria “Il Pennello”, caratterizzata da un tondo bassorilievo in terracotta grezza con il ritratto di Mariotto Albertinelli, il pittore di cui il Vasari riferisce che, essendogli venuto a noia la sua arte, decise, all’inizio del Cinquecento, di dedicarsi alla cucina. Infatti, aprì una trattoria nel centro cittadino, nel fondo lasciato libero da un cimatore di lana fallito. Qui convenivano liete brigate di artisti; addirittura Benvenuto Cellini, Michelangelo, Andrea del Sarto, ma anche i suoi allievi Bugiardini e Innocenzo da Imola, tutti amanti del buon vino!

L’Albertinelli, a cui spesso veniva domandato della sua metamorfosi, rispondeva di aver, senza biasimo, lasciato la pittura che imitava la carne e il sangue, per questa nova arte che procurava, invece, il sangue e la carne; che ora si sentiva lodare anche per il buon vino, mentre nell’altra si sentiva spesso biasimare. Nel 1886, il casentinese Giuseppe Aiolli, appassionato cultore di memorie storiche, volle riaprire l’antica trattoria nella bottega allora tenuta da un merciaio e, in omaggio al suo illustre predecessore, la chiamò “Il Pennello”.