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Idee per domani

L’onda si è ingrossata in fretta all’orizzonte ed è bastato poco per capire che si sarebbe infranta con forza. Quando la pandemia si è presa l’Italia, alla paura per l’emergenza sanitaria in corso si è aggiunta quella per la crisi economica in arrivo. Senza poterci far niente, se non lanciare un tardivo e inutile “correte ai ripari”.

Micidiale per tutte le economie del mondo, a Firenze il virus ha forse trovato l’organismo perfetto da infettare, azzerando in un colpo solo la domanda di merci in uscita e i flussi di persone in entrata in una città che si regge (o si reggeva) sulle esportazioni e sul turismo. La fine del “modello Firenze”? Nel volgere di poche settimane il bisogno di riflettere sui limiti del sistema produttivo ed economico della città – un bisogno che è reale, supportato dai fatti, e resterà – è sembrato diventare un’urgenza a cui rimediare in modo drastico e svelto: rifondare, più che ripensare. Proclami? Tutti i giorni. Appelli a “scelte coraggiose”? A non finire. Soluzioni concrete? Ben poche, com’è logico, perché ciò che accade oggi è il frutto di decisioni impostate da venti o trent’anni, i cui effetti stagionavano da ben prima che la pandemia, cruenta, li mettesse a nudo.

Cambiare sistema non è come cambiarsi d’abito. Le città sono organismi vivi: evolvono, prosperano, declinano, mutano insieme ai contesti competitivi e culturali nei quali insistono. Se si vogliono dare a Firenze – al centro storico, ma non solo – funzioni produttive nuove e sensate per i tempi che verranno, si cominci impostando un dibattito più pacato nei toni e analitico nei modi sulle vocazioni naturali di questo territorio. Altrimenti nulla cambierà, tornerà il turismo con identici pregi e difetti di quando se n’è andato e un’occasione storica non produrrà niente più che il solito bisticcio tra chi rimpiangerà la Firenze delle botteghe e chi, tutto sommato, potrà ancora dirsi contento così.

Post scriptum: son stati mesi duri anche per Il Reporter, costretto per la prima volta a sospendere le pubblicazioni. Se oggi torniamo, con l’idea di restare, è grazie alla tenacia e all’impegno di tutti i collaboratori. A loro va la nostra massima gratitudine.
Andrea Tani

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