lunedì, 27 Settembre 2021
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Il Reporter dicembre 2020

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La bellezza e il meteorite

Nell’ultimo documentario di Werner Herzog – si chiama Fireball, parla di meteoriti, nessuno dovrebbe perdersi Herzog che parla di meteoriti – c’è una scena travolgente, potentissima: Jong Ik Lee, scienziato dell’Istituto coreano per la ricerca polare, sorvola il continente di ghiaccio in cerca di corpi caduti dal cosmo, una sterminata distesa bianca sulla quale risalta la crosta fusa nerastra dei minerali. La scena attacca proprio mentre Lee avvista un meteorite bello grosso. Ne è come rapito: scende dall’elicottero ancora in moto, si getta a terra, urla al cielo, abbraccia i colleghi. Prova a ricomporsi per registrare un commento ma la gioia lo piega in un pianto quasi infantile. Il regista, nel suo inconfondibile accento bavarese, irrompe da fuori campo con un “this is science at its best”: è questo il volto migliore della scienza.

L’immunologa Antonella Viola, in un suo editoriale apparso su La Stampa del 21 novembre a proposito dei vaccini contro il Covid-19 di Pfizer e Moderna, i primi due ad aver superato con successo la fase di sperimentazione, scrive: “sono vaccini estremamente innovativi, di una semplicità che somiglia alla bellezza”. C’è un momento nella storia in cui si è scelto di separare gli studi scientifici da quelli umanistici.

La bellezza, nella percezione comune, è rimasta tutta da una parte – la parte delle lettere, delle arti, della filosofia – lasciando all’altra solo i più aridi algebrismi. Come se l’azione di un pezzo di RNA messaggero che istruisce le cellule a produrre una proteina virale per attivare il sistema immunitario non possa essere bella, non se vuole restare una faccenda seria. Come se si dovesse soffocare l’emozione di stringere una roccia nata su un pianeta primordiale e che ora, dopo quattro miliardi di anni di orbite nel cosmo, è lì, tra le proprie mani.

Troppo spesso le scienze vengono castigate da un racconto tutto didattico, prevedibile, che insiste sul metodo più che sul fine. Il fine, in fondo, è la ricerca della natura profonda delle cose: cosa c’è di diverso, in questo, da quel che fa la filosofia? Perché tracciare un confine tra la meraviglia scientifica e quella spirituale? L’incanto estatico, la potenza rivelatrice della scoperta, non sono forse gli stessi? Da almeno vent’anni il mondo accademico abbatte i muri tra le discipline come aveva smesso di fare per almeno un secolo. Dalla biosemiotica alla neuroetica, nuovi campi d’indagine a cavallo dei due mondi vengono fondati a decine. Sono anni, questi, in cui il premio Nobel per l’economia lo hanno vinto degli psicologi. La pandemia poteva offrire l’occasione per far conoscere anche al grande pubblico questa vertigine, per mostrare che un po’ di conoscenza scientifica aggiunge un livello di profondità ulteriore alla complessa bellezza della vita. Per ora ha prevalso la fretta: che la scienza faccia la scienza come siamo abituati a intenderla, cioè trovando soluzioni. Ma il giorno in cui verrà il nostro turno, speriamo il prima possibile, di mettersi in coda per l’inoculazione, ecco, magari allora potremo anche pensarci, a quanta bellezza c’è in quel vaccino.

Andrea Tani
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