A due passi dal Mercato Centrale di San Lorenzo, incastrato tra Via Guelfa, via Taddea e via Panicale, nascosto da anni in un involucro di cemento armato, si nasconde il Convento di Sant'Orsola. Abbandonato sì, ma non dimenticato, dato che negli ultimi anni le sue mura esterne sono diventate un luogo inusuale di espressione e creatività artistica.

Lo stesso avverrà per tutto il mese di febbraio grazie all'esposizione della raccolta di fotografie dal titolo Black is the Color of My True Love's Hair (Nero è il colore dei Capelli del mio Vero Amore) curata da Justin Randolph Thompson e Gaelle Dieudji, i due direttori artistici del Black History Month di Firenze, in collaborazione con l'Istituto Marangoni di Firenze e Elettra Officine Grafiche.

LE ORIGINI DEL CONVENTO DI SANT'ORSOLA

Costruito nel 1309, il Convento ha ospitato dapprima le monache benedettine e successivamente le monache francescane. Il complesso ha mantenuto una funzione religiosa fino al 1810, quando fu trasformato in una Manifattura Tabacchi dal governo della città. Circa un secolo dopo, quando le Manifatture furono spostate nel più ampio complesso in Piazza Puccini, il convento divenne un centro di accoglienza per gli sfollati della Guerra. Passò poi all'Università di Firenze fino all'acquisizione negli anni '80 da parte del Demanio che lo cedette alla Guardia di Finanza. Quest'ultima diede avvio ad un grande progetto di ristrutturazione che però non fu mai portato a termine, come testimoniano le pareti spoglie e grige in cemento armato, le transenne e i mattoni rossi che ne chiudono le finestre.

sant'orsola

 

LA SCOPERTA DELLA MONNA LISA

Tra il 2011 e il 2013, la Soprintendenza dei Beni Archeologici di Firenze ha svolto una ricerca e degli scavi archeologici finalizzati alla stima e alla catalogazione delle ricchezze presenti all'interno del Convento. Dagli archivi è emerso che una delle ultime ospiti del Convento, quando ancora aveva una funzione religiosa, fu Lisa Gherardini del Giocondo, meglio nota come Monna Lisa, nonché il soggetto che posò per il celebre dipinto realizzato da Leonardo Da Vinci. Sarebbe stata sepolta nel Convento dalle monache e le sue ossa conservate in uno dei cassoni funerari presenti nella Chiesa di Sant'Orsola.  

PROGETTI DI RIQUALIFICAZIONE

Nello stesso periodo degli scavi, per Sant'Orsola sono stati proposti numerosi progetti di riqualificazione e bandi internazionali, nessuno de quali si è poi realmente concretizzato. Solo l'anno scorso è emerso con qualche sicurezza in più un accordo proposto da una cordata internazionale e il Comune per trasformare il Convento in una scuola internazionale di musica diretta da Andrea Bocelli, alla quale si aggiungerebbero due musei, di cui uno dedicato proprio alla Monna Lisa, un resort e due parcheggi, oltre a tre piazze pubbliche come spazi aperti da restituire alla cittadinanza.

 

IN MOSTRA SUI MURI

Le mille tribolazioni burocratiche sul destino del Convento hanno ispirato artisti locali che hanno trasformato i suoi muri in un luogo non convenzionale di protesta artistica. Il primo è stato il controverso artista ungherese Vaclac Pisvejc che, nel 2013, ha ricoperto le pareti con banconote americane da 1 dollaro (fotocopiate) per opporsi all'incapacità cittadina di valorizzare il Convento. Ha poi replicato l'anno scorso, dopo l'annuncio della possibile trasformazione in scuola di musica, realizzando un'insegna al neon sulla quale si legge “Sant'Orsola” scritto con simboli musicali.

I secondi sono stati i due curatori de Black History Month che hanno deciso di usare le finestre chiuse del Convento come cornici per le fotografie di artisti da loro selezionati. Le immagini di Martina Bacigalupo, Joana Choumali, Adji Dieye, Kevin Jerome Everson, Délio Jasse e Tommaso Tancredi sono principalmente dei ritratti, scomposti e ricomposti, immagini simili a fototessere e fotografie d'archivio nelle quali emerge chiara l'identità, l'intimità dei soggetti.

Per dare uniformità alle diverse espressioni artistiche è stato scelto il titolo Black is the Color of My True Love's Hair ovvero una canzone di Nina Simone, cantante jazz afroamericana, scritta per celebrare l'identità e la sue cultura afroamericana e in generale quella afrodiscente. Emerge quindi il parallelo pensato dai due curatori tra la forte affermazione dell'identità nelle fotografie  e quella stessa identità che il Convento ha perso tra i passaggi di proprietà e trent'anni di incuria.