venerdì, 10 Luglio 2020
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C’erano una volta i buoni pasto

Sono molti gli esercizi commerciali che protestano contro questo mezzo di pagamento, per le spese di contratto e i tassi che influiscono sul loro guadagno finale. Alcuni supermercati invece li accettano per farci la spesa: spesso invece per pranzarci un tioket non basta più.

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Il caro vita incide sempre di più: su tutto e su tutti. E si ripercuote anche sui buoni pasto. Se un tempo con uno di questi era possibile coprire un pranzo fuori casa, oggi quest’operazione si rivela una vera impresa. I prezzi di primo, secondo e contorno nei ristoranti e nei bar sono fioriti e il valore dei buoni pasto non li ha seguiti. Così il popolo dei lavoratori si trova sempre più spesso a dover tirar fuori il portafoglio per far fronte ad un valore del ticket non sufficiente. 

I buoni pasto hanno un valore che si aggira per lo più sui 5 euro (5,16 o 5,29), in alcuni casi questo sale a 6,20 euro per arrivare anche ai 7 e ai 10 euro, ma non sono rari i casi in cui l’azienda consegna al lavoratore ticket di 4,75 euro, che mediamente, bastano a coprire solo metà pasto.

“Pranzare con un buono pasto, almeno che uno non prenda un panino e una bottiglietta d’acqua, è difficile – dice Costantino, che lavora per una ditta di costruzioni stradali –A me spetta un ticket di 4,75 euro con il quale è difficile fare un pasto completo. Il buono è un piccolo aiuto”.

Ma anche a chi spetta un ticket di valore superiore riuscire a coprire un pasto completo resta difficile. “L’accordo ministeriale prevede un buono pranzo del valore di 7 euro – dice Tamara, impiegata statale –se mangio panini riesco a rientrarci, ma già con un primo, acqua e caffè spesso mi trovo ad aggiungere qualche euro. Dati i rincari degli ultimi tempi il valore dei ticket è sempre più insufficiente”.

Lo scopo per cui i buoni pasto nascono (quello di sostituire la funzione del servizio mensa dove non è presente per i lavoratori con turni di servizio di almeno otto ore) viene assolto sempre meno. Un numero sempre maggiore di dipendenti si affida anche a vecchie scappatoie, come portarsi il pranzo da casa e consumarlo direttamente in ufficio.

In questo modo i ticket risparmiati vengono usati in un’unica volta in modo da coprire per intero un pasto. Ma non manca chi con i buoni serbati paga la spesa al supermercato: Conad e il Centro Supermercati si sono, infatti, aperti a questa forma di pagamento. Ma a lamentarsi della situazione non sono solo i lavoratori che beneficiano del buono pasto.

Gli stessi esercizi che accettano i ticket protestano per le condizioni di contratto a cui sono costretti. Su ogni buoni pasto, infatti, la società emettitrice recupera dagli esercizi un tasso che varia dal 7 al 10% sul valore dello stesso ticket. Il risultato è che su un buono di 5,16 euro il gestore di un bar ne incassa 4,64.

Per noi accettare i buoni è conveniente solo perché all’ora di pranzo su settanta persone che vengono, cinquanta li usano – dice Ombretta, proprietaria di un bar in via Madonna della Tosse – ma per le spese di contratto e i tassi su ogni ticket non è certo vantaggioso”. Più duri i proprietari di un alimentari di via della Colonna: “E’ un ladrocinio quello dei buoni pasto, che va a ledere i commercianti e in alcuni casi può incidere anche sui prezzi. Si tengono solo perché tante persone li utilizzano”.

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