Fratelli e Sorelle carissimi,
                   avevo poco più di 19 anni quando, all’indomani del 4 novembre 1966, insieme ad alcuni amici del Seminario Lombardo di Roma decidemmo di partire notte tempo alla volta di Firenze. Ricordo ancora, non senza emozione, l’impatto devastante dell’acqua e del fango che invadevano la città, e lo sguardo attonito di tanti, specie bambini e anziani, di fronte a ciò che li circondava. Furono momenti di paura e di fatica, ma anche di solidarietà e di speranza. Su tutto alla fine sembrò prevalere un senso di liberazione: ogni oggetto che veniva tratto in salvo, ogni casa restituita alla vita era un dono che ridonava luminosità allo sguardo di qualcuno. Quei giorni mi svelarono una cosa che non avrei più dimenticato: la bellezza ferita eppure composta e al dunque inviolabile di questa città, delle sue pietre e della sua gente.


Il ricordo è per introdurre una confidenza. Quando mi è stata comunicata la decisione del Santo Padre di inviarmi a Firenze come Arcivescovo, mi è sembrato per un attimo di risentire il frastuono e la convulsione di quei giorni. Questa volta erano le acque impetuose della mia personale trepidazione, consapevole come sono della distanza che sempre rimane tra il dono di Dio e la limitatezza dell’uomo. E tuttavia proprio quel ricordo giovanile mi ha accompagnato da subito nella preghiera per Voi e, nell’attesa di incontrarVi, mi ha confortato. Mi sono accorto così, con il passare dei giorni, che la mia era certo trepidazione, ma non timore, perché nulla può impaurire un discepolo che vuole seguire Gesù, essendo certo il Suo sostegno sempre affidabile. L’unico timore che ci è dato di nutrire è quello verso Dio, e si traduce non nella paura ma in obbedienza e dedizione. Sono proprio questi gli atteggiamenti di fondo con i quali fin da ora vorrei presentarmi a Voi: obbedienza al Signore e dedizione al Suo popolo, perché la testimonianza di Lui possa risplendere in noi e possiamo insieme rifrangerla sulla città e il territorio in cui è posta la tenda della nostra Chiesa, diventando, secondo il precetto di Gesù (cfr Mt 5,13-16), sale e luce per la terra in cui siamo chiamati a vivere la nostra fede.


So che il Signore mi manda a una Chiesa singolare per storia, arte e temperamento civile. Tanta ricchezza ridonda fino ai giorni presenti, pur non privi di difficoltà e ombre. Anche oggi, infatti, non mancano i segni della santità, le tracce della bellezza, i cercatori della verità, i testimoni dell’amore. Chi crede e ama, sa che la speranza prevale, e tutto vince. Per questo, a ognuno di Voi, guardandolo distintamente negli occhi, chiedo di aprirsi senza remore all’ascolto della Parola che genera la fede e alla comunione che valorizza tutti i doni e che è premessa della missione. Ognuno secondo il proprio ministero, carisma e condizione di vita: sacerdoti e diaconi, religiose e religiosi e tutti i consacrati, fedeli laici, donne e uomini; e poi anziani, adulti, giovani, ragazzi, fanciulli con tutte le famiglie, e una esplicita preferenza per quanti sono nella sofferenza, specialmente a causa di disabilità o malattie, e per quanti sono afflitti dalla povertà nelle sue varie forme.


A tutti offro disponibilità all’ascolto e al dialogo, chiedendo a mia volta di essere accolto e aiutato a svolgere il mio servizio per la crescita comune. Mi piace parlare di questo servizio con le parole dell’apostolo Paolo: «preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,12-13). Non c’è un modo più efficace per dire quello che ci attende, quello che a partire da oggi sarà il senso di ogni mio pensiero e di ogni mio passo, a cui chiedo si uniscano i vostri pensieri e i vostri passi, perché insieme abbiamo a camminare verso quella concordia e quella pace di cui Firenze è stata nel mondo un faro luminoso. E dovrà continuare ad esserlo, attraverso una nuova creatività. È questo che sentiamo come nostro imprescindibile dovere e questo ci domandano anche quanti – non credenti o credenti di altre esperienze religiose – condividono con noi l’umana esperienza in Firenze e nelle altre città e paesi di questo territorio: anche a loro va il mio saluto rispettoso e cordiale, nella certezza che sia possibile operare solidalmente nella ricerca del bene comune. L’ora di Firenze non appartiene al passato. Non si spegne il genio di una città e di una terra se il braciere di Dio continua ad ardervi e a purificare i cuori, se le intelligenze continuano a interrogarsi e a cercare, se le volontà riescono a uscire dal proprio guscio e si proiettano verso traguardi inediti, commisurati alle sfide e alle responsabilità.


La mia nomina viene resa nota nel giorno in cui, più di sette secoli fa, fu posta la prima pietra della nostra Cattedrale: è una felice coincidenza, che a tutti ricorda come le promesse di Dio si dischiudono a ogni tornante della storia, in ogni stagione in cui si edifica la Chiesa, che poggia sulla pietra angolare che è Cristo, Fiore sbocciato dal seno verginale di Maria. A me viene chiesto – per grazia − di continuare ora l’opera che i miei predecessori hanno orientato nei tempi passati, fino agli ultimi: il cardinale Silvano Piovanelli e il cardinale Ennio Antonelli, chiamato a una nuova significativa missione a servizio della Chiesa universale. A loro e a tutti i pastori dell’Arcidiocesi fiorentina va in questo momento il mio pensiero e la mia gratitudine.


A tutti Voi chiedo fin da ora il dono di una preghiera come supplica d’amore, perché alla mia indigenza soccorra la potenza del Signore. Così uniti, non ci mancherà la potente intercessione della Vergine Maria, della cui nascita oggi facciamo memoria, quella di San Giovanni Battista, di San Zanobi, di tutti i Santi e i Beati della Chiesa fiorentina, alla cui protezione affido me, il mio ministero, la città di Firenze e le città e i paesi dell’Arcidiocesi tutta.