mercoledì, 28 Ottobre 2020
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Gli effetti del coronavirus su Firenze (e le prospettive per il futuro)

Dall'overturism all'azzeramento dei flussi. I problemi dell'export e la zavorra della burocrazia. Intervista al professor Aiello, economista e docente dell’Università di Firenze

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Il professor Gaetano Aiello è docente ordinario di Economia e gestione delle imprese e direttore del Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa dell’Università di Firenze. Il Reporter lo ha intervistato sul futuro della città di Firenze dopo il Covid.

Professor Aiello, davvero il virus ha trovato nel sistema economico l’organismo ideale a cui far danni?

In gran parte sì. Firenze è una città ad alta intensità turistica e ad alta intensità di servizi: il virus ha quasi completamente fermato entrambe le attività. Gli effetti sarebbero diversi in un sistema che si regge, ad esempio, sulla produzione. Uno stabilimento industriale lo puoi tenere sotto controllo e tornare a produrre. A Firenze non c’era alternativa, tutto è rimasto bloccato.

Appena fuori dalla città, però, si produce. Moda, manifattura: lì com’è andata?

Tutta l’economia soffre, non dico che le cose vadano bene. Ma almeno la produzione ha potuto ripartire. Il lusso arranca, ma non è a zero. È pur vero che si tratta di settori anch’essi legati a un altro aspetto di difficoltà in questa crisi: l’esportazione. Le cose cominceranno ad andare meglio via via che il mercato mondiale ripartirà. È ovvio che anche su questo i dubbi ci sono, soprattutto per quanto riguarda la domanda dall’America.

Firenze paga l’avere un sistema economico disomogeneo?

Firenze non ha colpe. La città aveva saputo adattarsi alle poche linee di crescita disponibili nel paese fino a febbraio: esportazione e turismo. L’Italia vive di questo e questo Firenze aveva fatto. Fino al febbraio 2019 era un merito. Oggi ci sembra una palla al piede.

Dal problema dell’overtourism, cioè di averne troppo, ci si è trovati a fare i conti con l’azzeramento del turismo. Possibile non avere nessun controllo su un fenomeno così importante per la città?

La risposta è: conoscere e farsi conoscere. Potenzialmente oggi disponiamo di una mole di dati enorme che ci aiuta a capire il turismo e ad anticiparne le mosse. Le prenotazioni si fanno in anticipo.  Sappiamo quando arriveranno e chi sono. Possiamo studiare le loro abitudini dai dati sull’utilizzo delle carte di credito o delle celle di telefonia, vedere come si muovono. Il problema dell’eccessivo affollamento indubbiamente c’è. E allora bisogna farsi conoscere. È inutile pensare di costringere un turista a visitare il Museo Stibbert solo perché gli dici che è eccezionale, cosa peraltro vera. Bisogna che tu lo interessi, che tu sappia chi è, da dove viene, cosa puoi offrirgli per soddisfare i suoi bisogni. Firenze ha le risorse per farlo, ma serve un piano che duri almeno due o tre anni. In due mesi si può al massimo agire su via de’Neri o piazza Santo Spirito mettendo dei divieti.

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Ma Firenze è al punto di dover introdurre limiti al turismo? O non può permettersi il rischio di rinunciare a una porzione di ricchezza?

I limiti si possono imporre, basta sapere ciò che se ne guadagna e ciò che si paga. La politica è fatta per questo. È perfettamente legittimo ritenere di chiudersi all’eccesso di turismo, scegliere di preferire un danno – poniamo – economico rispetto a danni di altro tipo. Però i divieti funzionano perché riducono i numeri. Non fanno altro.

L’amministrazione, con varie iniziative, ha cercato di intercettare capitali e mecenati stranieri. Lei che si occupa di marketing, come valuta questa mossa?

È l’unica strada. Firenze ha dovuto chiudersi, ma il suo punto di forza è l’essere una città aperta. Al turismo, alle persone e alle attività economiche e dunque all’acquisizione di capitali, anche esteri. Gli investitori che arrivano qui non sono “cattivi”, di quelli che sfruttano le risorse e scappano via.

Certo, bisogna sorvegliare perché non commettano scorrettezze, come con tutti. Ma si devono anche conoscere i punti di forza: chi investe a Firenze cerca qualità della vita – e qui ci siamo abbastanza –, sicurezza – e Firenze è una città sicura – e semplificazione. Qui il paese pecca. Un investitore di qualità non lo attiri in Italia per il basso costo del lavoro: sa già che non lo avrà. Nemmeno lo attiri dicendogli che risparmierà un po’ di tasse, perché se vuole risparmiare le tasse va da un’altra parte. Lo attiri se sa di poter vivere bene, se trova una scuola sicura per i figli, se riesce ad atterrare all’aeroporto meglio di quanto riesce a farlo adesso.

L’Italia e le città italiane hanno un problema di burocrazia estremamente superiore a quello di altri. Si domanderà perché, se vuole ampliare il suo stabilimento, deve aspettare sei mesi per un permesso. Certo questo non dipende solo dall’amministrazione locale, la burocrazia è in gran parte frutto di leggi nazionali, ma qualcosa si può fare.

Da molte parti in questi mesi si invocano “scelte coraggiose”. La sua scelta coraggiosa per far ripartire Firenze?

Il coraggio serve nell’emergenza ma oggi siamo già oltre, siamo a gestire la crisi. Che sarà lunga. Avere il coraggio di affrontarla significa saper intravedere quello che verrà dopo. Suona più coraggioso dire “per tre anni rinuncio all’Imu” o “faccio passare il tram da piazza Duomo”. Ma penso che il coraggio sia mettersi in testa una priorità, magari scomoda, e portarla avanti. Allora ripeto: una scelta coraggiosa è lottare contro la burocrazia. E poi un’altra, che è un’opinione del tutto personale: io sono a favore della nuova pista dell’aeroporto. Che sia compatibile e rispettosa di tutti i vincoli necessari, ma bisognerebbe farla e presto. Portando i due aeroporti toscani a una capacità di 10 milioni di passeggeri saremmo al minimo indispensabile per una regione aperta, che compete con le grandi regioni del mondo. Per fare di Firenze la più piccola delle grandi città del mondo.

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