martedì, 20 Ottobre 2020
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Eike Schmidt: “I miei Uffizi per tutti”

Su TikTok per parlare ai giovani. Nelle scuole con gli Ambasciatori digitali dell’arte. Fuori dal museo, nelle periferie e nei piccoli centri. “Educare e diffondere: noi qui lo facciamo dal Settecento”

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Botticelli che ballano, la Medusa di Caravaggio con la mascherina indosso, l’Agnolo Doni di Raffaello che recita battute di Checco Zalone. Cose che succedono sul nuovo profilo TikTok delle Gallerie degli Uffizi. Da quando il museo è sbarcato sul social network più in voga tra gli adolescenti – ad aprile, in pieno lockdown – ne ha imparato in fretta il linguaggio, rinunciando alla sua proverbiale compostezza: forse fin troppo bene, se anche il New York Times ha giudicato quei contenuti “irriverenti”. E che dire della visita – almeno altrettanto contestata – di Chiara Ferragni, la regina degli influencer, ritratta davanti alla Nascita di Venere dopo aver posato nelle Gallerie per un servizio fotografico commissionato da Vogue? L’hanno battezzata la “svolta pop” degli Uffizi. Ed essere popolari è tutt’altro che un problema per il direttore Eike Schmidt. “Lo rifaremo”, dice sicuro. “Come ogni altra operazione che dia valore aggiunto al museo senza rinunciare al suo scopo educativo. Che c’è sempre, anche quando non è immediatamente evidente. Dobbiamo e vogliamo parlare a tutti”.

Specialmente ai giovani. Per loro avete appena lanciato il progetto “Ambasciatori digitali dell’arte”. Di che si tratta?

Ambasciatori digitali dell’arte” uno sviluppo dei progetti avviati negli anni scorsi che combina l’educazione al patrimonio artistico con le competenze nella comunicazione digitale. Gli studenti delle scuole superiori seguiranno un insegnamento di 40 ore, a distanza, e una giornata in presenza che organizzeremo anche in base all’andamento dell’epidemia. Durante questa esperienza pratica dovranno realizzare un video: i 10 più originali e interessanti saranno scelti da una giuria e premiati, anche con la pubblicazione sui canali social degli Uffizi.

Alla fine del lockdown la riapertura dei grandi musei è stata salutata in tutto il mondo come un vero e proprio evento. Come spiega questa voglia di musei?

La voglia di musei è enorme. Specialmente nelle prime settimane di riapertura abbiamo visto tante persone da Firenze, dalla Toscana, che non tornavano agli Uffizi da decenni. Si pensa sempre “questo lo posso vedere quando voglio”. Per quasi tre mesi i musei sono rimasti chiusi e ci siamo resi conto di quali tesori si rischiava di non vedere più. Abbiamo capito che l’accesso continuativo a questo patrimonio non era cosa data. Tanto che anche ora, dopo più di tre mesi dalla riapertura, abbiamo una forte presenza di turismo di vicinanza, molto più che negli anni passati.

Foto © Antonio Viscido

E il ruolo dei musei, oggi, qual è?

Hanno molti ruoli, compreso quello che molti credono non sia abbastanza importante, ossia la loro presenza sul territorio. Un museo non lo si può pensare esclusivamente come attrattore turistico, sarebbe sbagliato tanto quanto dare importanza solo alla sua componente identitaria. Un museo ha una funzione educativa, sia per chi vive il luogo che per chi viene a visitarlo da lontano. Era così già nel Settecento. Nel 1769 gli Uffizi furono il primo grande museo ad aprire al pubblico con l’idea di essere un luogo di educazione per tutti, in pieno spirito illuminista.

È per questo che ha lanciato l’idea degli “Uffizi in periferia”. A che punto siamo?

Non solo in periferia ma anche oltre, in tutta la Toscana e nelle altre regioni. L’anno prossimo faremo due grandi mostre su Dante Alighieri a Forlì e Ravenna. Ce ne saranno altre sul territorio toscano. Negli ultimi anni abbiamo organizzato esposizioni a Bagno a Ripoli, a Poppi, ad Anghiari. Ecco, questo è un ottimo esempio: dopo la grande mostra sulla Battaglia di Anghiari dell’autunno-inverno scorso e grazie a un turismo che guarda più del solito ai borghi anziché ai grandi centri, quest’anno il museo locale ha visto raddoppiare il numero dei visitatori, ha registrato il più alto della sua storia. C’è la necessità che i grandi musei interagiscano col territorio attivando un sistema di offerta culturale e artistica diffuso.

Anche perché un problema di spazi esiste. Il Bojimans di Rotterdam ha una collezione di 151.000 oggetti ma riesce a esporne solo l’8%. Nel 2021 inaugurerà The Depot, un gigantesco magazzino che renderà la collezione completa visibile al pubblico. Il Victoria & Albert Museum di Londra sta valutando un’operazione simile. La Tate Modern ha raddoppiato la superficie nel 2016, il Moma ha ampliato nel 2019…

La filosofia dell’ampliamento è una filosofia di fine Novecento. Oggi superata. Anche i grandi musei internazionali stanno cambiando atteggiamento. Si pensi alla Tate stessa, con l’investimento sulla Tate St Ives. Oppure alla National Gallery di Londra, che quando ha acquistato il primo quadro di Artemisia Gentileschi lo ha poi portato in tour attraverso tutta l’Inghilterra, e dove non c’era un museo l’hanno esposto in una biblioteca. L’approccio del Ventunesimo secolo non è quello di raddoppiare strutture già grandi con ulteriori ali, magari progettate da archistar. Dobbiamo puntare a una diffusione territoriale capillare, che dia qualcosa a tutti e sia capace di restituire il senso di appartenenza a una cultura. In Italia siamo privilegiati perché dovunque andiamo c’è qualcosa, grazie alla storia policentrica del Paese. Il decentramento è sicuramente la strada del futuro, non l’ingrandimento di istituzioni già enormi. Tra l’altro, aprire i magazzini per far vedere le opere così come sono è una sorta di ultima ratio. È molto, molto meglio metterle in un dialogo strutturato ed educativo con le opere d’arte che ci sono già, con i loro luoghi di provenienza o quelli legati alla storia dell’artista. Ci sono possibilità interpretative molto più profonde e sofisticate rispetto all’aprire, semplicemente, le porte di un deposito.

Loggia Isozaki, è arrivato lo sblocco. È soddisfatto?

Sarò soddisfatto quando la vedrò costruita. Ma è senz’altro un passo in avanti molto importante. Davanti a noi ora c’è il lavoro e la sua realizzazione.

Si è chiuso da poco il bando per la riapertura del Corridoio Vasariano.

Non posso ancora anticipare nulla ma posso dire che sono soddisfatto, che siamo pienamente in tempo e che tutto procede bene.

@uffizigalleriesDancing graces ##coincidancechallenge ##coincidance ##graces ##dance♬ оригинальный звук – ennieyoyki.com

“Le tre grazie” di Francesco Morandini detto il Poppi che ballano la hit del momento: un esempio dei contenuti pubblicati sul profilo TikTok degli Uffizi

Su TikTok gli Uffizi hanno tolto l’abito formale per raggiungere un pubblico più ampio. Cosa avete scoperto frequentando i linguaggi dei social?

Tre anni fa siamo sbarcati su Instagram e su Twitter. Instagram è ancora oggi il nostro canale di più grande successo che cresce con migliaia di followers ogni settimana. Il lockdown ci ha offerto l’occasione per arrivare finalmente anche su Facebook, dove possiamo raggiungere anche i nonni: è il social più multigenerazionale che esista. Restava fuori un solo gruppo demografico: gli under 25 e, specialmente, i teenager. In sei settimane abbiamo studiato e preparato il lancio su TikTok, pensando a quale fosse il modo più adeguato per farlo. Semplicemente, usiamo il loro linguaggio. Ci sono i video basati su dialoghi buffi, le challenges, altri in cui un’opera si accompagna a una canzone contemporanea. C’è sempre uno scopo educativo e se un adulto deve pensarci tre volte prima di capirlo, i ragazzi lo capiscono alla prima. Vogliamo portare i nostri messaggi e le nostre opere d’arte all’attenzione dei più giovani. D’altra parte l’immaginario collettivo cambia continuamente. Una generazione fa, solo gli storici dell’arte sapevano chi fosse Artemisia Gentileschi. Negli ultimi 30 anni è diventata una superstar. La Madonna col Bambino e angeli di Filippo Lippi, dall’Ottocento fino agli anni Settanta è stata l’icona degli Uffizi, l’opera più famosa, molto più di Botticelli. Oggi è ancora molto apprezzata ma non è più il numero uno.

A proposito di passato che continua a parlare, crede che il Rinascimento parli ancora all’Europa del nostro tempo?

Lo fa in continuazione, però bisognerebbe anche dargli una mano (ride, ndr). Dipende proprio da come riusciamo a comunicare il Rinascimento al periodo contemporaneo. Tanti ideali del Rinascimento furono fondamentali per l’Illuminismo: l’apertura verso il mondo, verso le civiltà antiche, quelle lontane, i loro testi, le loro idee, le loro opere d’arte. Tutto questo inizia nel Rinascimento e ancora oggi continua a dire molto.

Foto © Antonio Viscido

C’è una mostra che non è mai riuscito a organizzare ma che sogna, prima o poi, di realizzare?

È sempre la prossima che organizzerò. Cerco di non perdere tempo con mostre che sono liste dei sogni irrealizzabili. Fare un’esposizione sui bronzi fiorentini dal Cinquecento al Settecento, quando Firenze era al centro dell’arte del bronzo, era un mio sogno da molto tempo. L’ho realizzato l’anno scorso. In questo momento stiamo preparando una grande mostra sul Rinascimento a Hong Kong, la prima di questo tipo in Cina, e sono completamente concentrato su questa. Ci sono poi vari progetti per gli anni prossimi. Tutti iniziano da un sogno mio e di altre persone che poi si mettono insieme per fare le ricerche necessarie, creare i contatti, lavorare per realizzarlo.

Ha vissuto Firenze da turista, da ricercatore, da curatore di mostre e da direttore del suo più importante museo: come l’ha vista cambiare nel tempo e cosa ha imparato della città?

Non è solo Firenze ad essere cambiata, è il nostro mondo. Il cambiamento più grande è stato il progresso delle tecnologie digitali mobili. Quando sono arrivato da ragazzo a Firenze, negli anni Ottanta, così quando ho vissuto qui come ricercatore per la tesi di dottorato negli anni Novanta, non era pensabile di avere tutte le informazioni a disposizione nel cellulare. Questo ha cambiato la nostra percezione del mondo e anche le città. Fondamentalmente il cambiamento più significativo è quello che ci pone in azione diversa e nuova verso le città e che esige anche nuove risposte.

 

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Operazione Chiara Ferragni: ha già detto che lo rifarebbe… ma con chi? C’è un personaggio “pop” che Le piacerebbe avere ospite nelle Gallerie?

Più di uno. In realtà la selezione è da entrambe le parti. Abbiamo avuto anche proposte che non abbiamo accolto perché ci sembrava che non avrebbero dato alcun valore aggiunto ai nostri contenuti. Ma sono tanti i personaggi pubblici che invece avrebbe molto senso avere come visitatori agli Uffizi. Siamo in conversazioni preliminari con una serie di personalità. E poi altre volte succede così, velocemente, un albergatore o un agente chiama la sera prima e bisogna prendere una decisione. Di celebrities qui ne vengono più di quanto si pensi, è che in tanti casi preferiscono vedersi il museo nella più totale privacy, senza avere persone intorno e senza far uscire notizie. Ovviamente c’è un prezzo da pagare, ma è una prassi che svolgiamo regolarmente.

 

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