Jackson Pollock (1912 -1956) è considerato colui che ha scardinato le regole dell’arte figurativa occidentale, dissolvendo gli ultimi baluardi della prospettiva rinascimentale. Firenze ha deciso di rendere omaggio al grande artista, esponendo le sue opere in Palazzo Vecchio in una prospettiva assai particolare. I frutti della mente di Pollock saranno idealmente (e non solo) accostati a quelli di un altro titano dell’arte universale, Michelangelo Buonarroti, di cui proprio quest’anno si celebra il 450° anniversario della morte. La mostra è ideata e curata da Sergio Risaliti e Francesca Campana Comparini.

 PALAZZO VECCHIO. I luoghi scelti per esporre le opere di Pollock sono Palazzo Vecchio, il simbolo (e attualmente la sede) della vita politica di Firenze, e il vicino complesso di San Firenze.  In Palazzo Vecchio, si conserva, nel Salone dei Cinquecento, il “Genio della Vittoria”, una delle opere più celebri di Michelangelo, simbolo di quelle tensioni contrapposte che caratterizzano la scultura michelangiolesca e che, per tacite vie traverse, tornano a proporsi con enfasi nelle rivoluzionarie pitture di Jackson Pollock.

 LA FIGURA DELLA FURIA. Il titolo della mostra, ”La figura della furia”, ha una doppia valenza. Da un lato, è un riferimento a Pollock, alla sua figura nell’atto di dipingere le tele girandogli intorno, pervaso da impeto passionale e da un furore dinamico come se fosse nel bel mezzo di in un rituale sciamanico. Dall’altro, quel titolo allude all’espressione “La furia della figura”, citata nel Cinquecento dal teorico e pittore Giovanni Paolo Lomazzo per descrivere “la maggior grazia e leggiadria che possa avere una figura”, pittorica o scultorea, che potesse essere realizzata dagli artisti del suo tempo. Egli, poi,  evidenziò che ciò che dava queste qualità è l’apparenza della figura di muoversi in un moto simile a quello della fiamma, “la quale è più atta al moto di tutte, perché ha il cono e la punta acuta con la quale par che voglia rompere l’aria ed ascender alla sua sfera”. Quel movimento spiraliforme e dinamico, fatto di parti non finite e di forze contrapposte che Michelangelo conferiva alle sue figure con una lavorazione fisicamente travolgente, trova uno dei suoi maggiori paradigmi proprio nel Genio della Vittoria. Proprio la “furia” della figura creata da Michelangelo è quel che si traspone in Pollock nell’atto di creare quel nuovo tessuto di segni che, disgregando il mondo figurativo tradizionale, assegna una nuova immagine a quell’intima potenza e a quella furia nella pittura.

OPERE ESPOSTE. Oltre a sei disegni – eccezionalmente prestati dal Metropolitan Museum di New York ed esposti per la prima volta in Italia – sono presenti alcuni dipinti e incisioni di Pollock concessi da musei internazionali e da collezionisti privati. Tra questi si annoverano opere ancora giovanili degli anni Trenta,  come “Panel with Four designs”  e “Square composition with horse”, e dipinti degli anni Quaranta, come “The water Bull” e “Earth Worms”, in cui emerge uno stile più personale che, nell’ambito dell’espressionismo astratto, si va definendo. Prestigiosi, poi, gli altri prestiti dalla Pollock Krasner Foundation: una serie di straordinarie opere grafiche, di cui due della seconda metà degli anni Quaranta, dove i tratti dello stile di Pollock iniziano a definirsi in modo più maturo nel realizzare figure e segni destrutturanti per la stessa composizione che animano, andando quasi a creare quasi ragnatele di tratti.

IL FOTOGRAFO DI POLLOCK. Queste opere, in particolare in una delle incisioni con  grovigli di segni di figure, sembrano riferirsi ed ispirarsi al lavoro della “Battaglia dei centauri”. Altrettanto significative le altre due opere grafiche degli anni Cinquanta, in cui, a seguire i più celebri drip painting, torna a farsi urgente la necessità di confronto tra l’azione espressiva e la comunicazione figurativa di volti e anatomie, simili a maschere o sculture frammentate, non più coperte dal diluvio di segni e sgocciolature. Sarà esposto, infine, il dipinto “Composition with Black Pouring” , per cui l’artista nutriva un particolare affetto e che poi appartenne ad Hans Namut, il fotografo che con i suoi reportage del 1949 fece conoscere a tutti il modo di lavorare di Pollock.