Ero un bimbo e lei una bimba, / in questo remoto regno in riva al mare: / Ma ci amavamo d’un amore che era più che amore/ io e la mia Annabel Lee/ d’un amore che gli alati serafini del Paradiso invidiavano a lei e a me
Annabel Lee è una figura eterea appartenente al mondo onirico di Edgar Allan Poe che nel libro di Kenzaburō Ōe si trasforma in un’immagine ossessiva, dalla quale la protagonista, Sakura San, non riesce a liberarsi nonostante sia trascorso molto tempo ad Est.
La stessa visione di Annabel è trattenuta nel cassetto della memoria di uno scrittore emergente (Kenzaburo) che in passato ha visto Sakura interpretare il personaggio in un film, ne è rimasto incantato e non ha mai dimenticato quella scena giovanile.
Adesso, a distanza di anni, contattato da un vecchio amico divenuto produttore (Komori), ha la possibilità di riadattare un manoscritto (Micheal Kohlhaas) per una versione cinematografica dove la sfuggente bellezza asiatica può figurare come prima attrice.
L’idea iniziale ha lo scopo, dunque, di realizzare una promettente pellicola per offrire al giovane romanziere l’opportunità di far emergere il suo talento e concedere alla storica artista di esprimersi con una vicenda che coinvolga il suo animo appassionato.
Attraverso la stesura del futuro Micheal Kohlhaas cominciamo a conoscere lentamente il personaggio di Sakura, donna che non si concede molto attraverso le parole, ma più spesso sembra essere avvolta da misteriose nubi o da un’imperscrutabile foresta, la stessa dove anni fa si è svolto il potente dramma in stile kabuki: La madre di Meisuke.
L’antica rappresentazione è il precedente che si interseca con la preparazione del film attuale, un trascorso che infiamma l’immaginazione dell’attrice e diventerà il suo vero strumento di riscatto e rivendicazione femminile. Sakura, in giapponese ciliegio, simbolo della tradizione nipponica, è qualcosa che va oltre il concetto di una bellezza effimera che sfiorisce, ma incarna con più probabilità, in questo frangente, una figura che attraversa ogni età della donna.
Nel corso del libro, la immaginiamo giovane e innocente, la incontriamo cresciuta, la ritroviamo alla fine della sua vita mentre si batte per difendere a fatica una dignità mai sopita.
Lo scrittore che incentra il libro sulla sua presenza la dipinge con lampi chiaro-scuri, ma sempre con tratti delicati ed evita sbavature eccessive o toni melò- drammatici, nonostante il soggetto proponga una tematica che penetra in dimensioni cupe e torbide.
Il premio Nobel Ōe è, infatti, autore esperto e raffinato e seppur si muove tra le pieghe della storia con un certo sapore nostalgico, non ostenta mai una forma di eccessivo sentimentalismo, ma tocca il cuore della sua eroina nelle cavità più private con la delicatezza di un chirurgo esperto.
Lo sguardo dell’autore che dall’alto non perde mai di vista la sua interprete principale, si conferma nella descrizione degli altri personaggi che seppur rilevanti, risultano finalizzati a chiarire la natura dell’attrice e a redimere il suo animo imploso, davanti alla cui liberazione il lettore non può che tacere con profondo rispetto.


