Non ci sono zone veramente a rischio amianto in città. L’unica, forse, è il Teatro del Comunale, dove da tempo i tecnici specializzati stanno lavorando per rimuoverlo. Di piccoli manufatti prodotti con il minerale, però, è piena anche Firenze. L’eternit era talmente resistente che si è diffuso ovunque e per produrre gli oggetti più svariati, dai pannelli coprimuro ai cassonetti. Ma il suo vero utilizzo sono state le coperture: ce n’erano di tutti i tipi, dai tetti degli stabilimenti alle tettoie dei capanni in giardino. E in gran parte sono ancora lì.

Proprio per questo il Comune ha predisposto un censimento di tutte queste coperture. Il progetto è guidato dall’architetto Stefano Cerchiarini, della direzione Ambiente, affiancato da una squadra di tre esperti. Per portarlo a termine utilizzeranno le foto aeree della Regione Toscana e le carte con la destinazione d’uso dei vari edifici. “Controlliamo due tipi di strutture: quelle dove il pericolo di trovare amianto è più alto, come le stazioni o le tettoie, e quelli dove è bene controllare che non ve sia, come gli ospedali, le scuole o i complessi sportivi” racconta Cerchiarini. Sul computer si alternano le 310 foto con le relative mappe. Si notano i diversi colori che segnalano le varie strutture da tenere sotto attenzione.

Sono tante, 14mila, ma erano 30mila alla partenza. Il primo passo è capire dalle immagini di che coperture si tratta. Il mouse punta su una fabbrica. “Esclusa, ha il tetto rosso, l’amianto è sempre grigio”, sentenzia l’architetto. Accanto ci sono due piccole tettoie: “Ecco, questa è di amianto. È ondulata e grigia scura. Questa no, è grigia ma è chiara, è metallica”. Ma dove gli alberi o l’ombra coprono la visuale, l’unica soluzione è il sopralluogo “o nuove foto digitali, più precise”, ma anche più costose. “Servirà un anno per lavorare sulle immagini e tutto il 2011 per i controlli, laddove ci saranno dubbi”. Alla fine, però, sarà più facile per le autorità assicurarsi che nessuno smaltisca abusivamente una tettoia o la lasci degradare. Oltre alle coperture, ci sono molti altri manufatti in eternit presenti nelle case dei fiorentini, dai caminetti ai tubi. Un’infinità, difficile da togliere.

La delibera del ’97 della Regione Toscana, che ne regola la manutenzione, è vaga” sostiene Marco Maselli, dell’ufficio Igiene Pubblica del Comune “dà dei valori a seconda dell’età del manufatto e del suo stato di degrado, ma quest’ultimo non è facile da definire, non è oggettivo”. Perciò non sono rari i casi in cui una richiesta di mettere in sicurezza un cassonetto interno finisce davanti al Tar. “E l’esito non è scontato”.

 

“Pericolose le rimozioni fai-da-te”

La pericolosità dell’amianto è ormai risaputa. Le numerose inchieste aperte sulle morti che ha provocato hanno fatto storia. Le grandi aziende dove si lavorava, come la Eternit di Casal Monferrato, hanno avuto centinaia di morti tra i propri operai. Ma sul territorio fiorentino fabbriche di questo tipo non esistevano. Una fortuna, come confermano i dati. Se si pensa che a Monfalcone, in Friuli, cittadina di 28mila abitanti, negli ultimi vent’anni ci sono stati 260 casi di mesotelioma, il tumore provocato dal minerale, i 179 della provincia fiorentina sono ben altra cosa.

Nonostante il commercio di manufatti in amianto sia vietato dal ’92, la legge non vieta di tenere quelli esistenti, a patto che siano in buono stato. E a Firenze ce ne sono eccome. Le malattie che questo materiale produce sono due. La asbestosi, che si sviluppa anche dopo decine di anni in chi ha lavorato con il materiale, e il mesotelioma, per chi è stato a contatto, inalandone le fibre. Se la prima non può più spaventare, i secondi sono un pericolo ancora attuale.

I casi di asbestosi sono pochissimi a Firenze, stanno scomparendo – spiega il dottor Giuseppe Petrioli, direttore del dipartimento prevenzione dell’Asl 10 – Erano casi mortali, si bloccavano i polmoni. Ma ormai parliamo solo di qualche ex operaio di trent’anni fa, che o ha lavorato nelle officine di Ataf e Ferrovie dello Stato, oppure era emigrato al nord”. L’amianto è il cancerogeno più potente che si conosca, perché le fibre si possono sprigionare nell’aria. “Più è friabile e più è dannoso – spiega il dottor Andrea Galanti, che si occupa di prevenzione nei luoghi di lavoro – Per fortuna nell’edilizia è spesso presente come eternit, quindi compatto e coperto dal cemento. Però l’eternit copre gran parte dei capannoni industriali, specie nella Piana”.

La legge aiuta i lavoratori, obbligando il datore di lavoro a controllare la sicurezza dell’ambiente. Ma si sa che sono meno al sicuro dei tecnici specializzati che rimuovono l’amianto, coperti da tute adatte. I pericoli non sono comunque elevati, esclusi casi ben determinati, soprattutto nelle abitazioni, dove le persone passano più tempo e in spazi più ristretti. “Un tubo di eternit non è dannoso se è in buono stato. Ma se un muratore lo rompe, le fibre si diffondono in tutta la casa – ricorda il dottor Luciano Tiracorrendo, specialista in igiene pubblica – Se poi questi manufatti vengono polverizzati con trapani o flessibili, il problema si fa veramente serio”. Per questo è consigliabile che le valutazioni e le rimozioni di tali oggetti siano realizzate da ditte specializzate, anche se è possibile toglierli da soli. “Esiste un kit, reperibile all’Asl o al Quadrifoglio – racconta Petrioli – Ma va bene solo per le piccole cose”. Anche perché per smaltire una tettoia di eternit non si può buttarla nel cassonetto.