sabato, 30 Maggio 2020
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Il laboratorio che testa le mascherine chirurgiche: cotone o TNT?

Un gruppo di chimici dell'Università di Firenze, impegnati negli studi sui cambiamenti climatici, ha "riconvertito" il laboratorio per testare le mascherine made in Tuscany. Ecco i primi risultati

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Meglio le mascherine in cotone o quelle chirurgiche in tessuto non tessuto? E le “protezioni” fatte con altri tipi di stoffa? A porsi questa domanda, ormai diventata un dubbio comune, sono i ricercatori del dipartimento di chimica dell’Università di Firenze, chiamati ad analizzare i dispositivi prodotti dalle aziende della Toscana.

Le mascherine made in Tuscany, prima di intraprendere il viaggio per essere certificate, devono infatti passare un esame preliminare: uno screening che esclude subito i materiali non idonei, mentre quelli che vengono promossi proseguono l’iter per il bollino CE in altri laboratori per indagini più approfondite. La scrematura serve a velocizzare questo processo, ma anche a dare una prima valutazione positiva dei prodotti che riescono a filtrare le particelle più piccole.

Come vengono fatti i test sulle mascherine

Dietro questo lavoro ci sono tre esperti del gruppo di ricerca di chimica analitica dell’Università di Firenze, che fino a poco tempo fa studiavano i cambiamenti climatici e la qualità dell’aria. Con l’emergenza coronavirus la squadra si è convertita in un team per testare le mascherine, sfruttando le proprie conoscenze sulle micro-particelle. Da marzo, in poco più di un mese, è stato analizzato un centinaio di prototipi: circa un quinto delle mascherine è risultato inadeguato, il resto ha passato l’esame.

Per queste analisi viene usata una macchina che produce aerosol e simula così le piccole gocce prodotte dalla respirazione umana. “Con un contatore ottico andiamo poi  a contare fisicamente le particelle che passano, in base alla loro dimensione: un sistema semplice ma che dà indicazioni importanti”, spiega Rita Traversi, docente di chimica analitica e parte del gruppo di ricerca insieme a Silvia Becagli e Mirko Severi. Ma da queste indagini arrivano anche indicazioni utili.

Mascherine in cotone, proteggono?

A differenza delle ffp2 e ffp3 (dotate di filtro) usate in ambito ospedaliero, le mascherine al centro dei test sono quelle di tipo chirurgico che agiscono principalmente sul respiro in uscita. Di fatto proteggono poco chi le indossa, ma mettono al sicuro gli altri, perché trattengono le piccole gocce di saliva, che nel caso di persone infette anche asintomatiche potrebbero trasportare il coronavirus. Più persone indossano le mascherine, quindi, più si abbatte il rischio di contagio.

Le prime mascherine bocciate sono state quelle in cotone. “Sebbene sia un tessuto più piacevole da indossare rispetto al TNT (tessuto non tessuto) usato per le mascherine chirurgiche, il cotone tende a bagnarsi molto con il respiro e, in base alle nostre analisi, spesso è risultato avere una bassa efficacia di filtrazione”, dice la ricercatrice.

Le fibre del cotone, da sole, non riescono a trattenere in uscita più del 75% delle particelle più piccole, quelle sotto i 5 micrometri. Fibre come il lino o la viscosa fanno registrare performance peggiori. Va meglio invece se il cotone è abbinato a materiali come il polipropilene, ma sono le mascherine in tessuto non tessuto a ottenere il punteggio migliore, riuscendo a trattenere tra il 90 e il 95% dell’aerosol più minuto. Ovviamente si tratta di una media: ogni modello ha una storia a sé e deve essere analizzato in laboratorio.

Le mascherine sono lavabili? Si possono sanificare e disinfettare?

Altro dubbio comune riguarda la possibilità di disinfettare e rendere riutilizzabili le mascherine che in realtà nascono come dispositivi monouso. Nonostante sul web circolino tutorial e un documento dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze su come sanificare le mascherine, ancora una risposta certa non c’è.

Una soluzione composta dall’80% di alcol e dal 20% di acqua e perossido di idrogeno (acqua ossigenata), una volta vaporizzata sui tessuti e lasciata agire, uccide batteri e patogeni, il problema però è un altro: dopo il trattamento disinfettante la “stoffa” delle mascherine riesce ancora a filtrare o viene danneggiata dalla pulizia? Ebbene, su questo aspetto non ci sono ricerche attendibili. “Il prossimo passo sarà proprio capire se le mascherine sono lavabili, sanificabili e riutilizzabili, anche per ovviare alla carenza di questi dispositivi e diminuire la quantità di rifiuti – dice Rita Traversi – ma al momento è troppo presto per avere un responso”.

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