Siamo a Sesto Fiorentino, una realtà dove il benessere non manca di certo, una città con una storia di volontariato e impegno civile, una delle roccaforti più solide della sinistra toscana. Forse anche per questo, le polemiche seguite all’occupazione della Donati e alla richiesta di sgombero avanzata dal Comune sono state così dure.

Sindaco Gianni Gianassi, cosa sta succedendo a Sesto?

“Non credo che ci sia un ‘caso sestese’. Penso che queste occupazioni siano avvenute perché in città ci sono alcuni immobili vuoti e quindi la questione non è cosa succede a Sesto, ma l’assenza delle proprietà delle strutture abbandonate. Questi immobili vanno rapidamente messi in sicurezza oppure inseriti nelle previsioni urbanistiche, altrimenti diventano “appetibili” per chi vuole occupare”.

L’altro tema è che gli occupanti della Donati e del Luzzi sono persone bisognose, immigrati che non hanno un tetto. La sinistra la accusa di non volerli accogliere e in sostanza di razzismo.

“Sesto ha offerto casa e lavoro a 3mila immigrati, nelle nostre scuole il 10 per cento degli alunni sono stranieri, così come il 35 per cento di coloro che sono negli alloggi Erp. L’accusa di razzismo è ridicola. Noi siamo per l’accoglienza, ma nel rispetto delle leggi. Attenzione a non mescolare i bisogni reali di queste persone con il plagio a cui sono sottoposte da parte dei professionisti della solidarietà”.

Il centrodestra invece dice: ecco i risultati delle politiche delle amministrazioni “rosse”. Il centrosinistra non ha qualche responsabilità?

“Il centrodestra dovrebbe ricordare che questa situazione è il risultato della legge Bossi-Fini sull’immigrazione. L’errore dell’Unione è stato non riformarla. Il fenomeno immigrazione è complesso e non si può gestire con gli slogan. Serve il contributo di tutti, dalle istituzioni alle associazioni passando per i sindacati e le associazioni”.

Ma in questa vicenda Sesto non è stata molto aiutata, no?

“Non c’è dubbio, abbiamo vissuto un grande isolamento istituzionale. Nei rapporti tra Comuni vicini, Provincia e Regione, invece, bisognerebbe ispirarsi allo spirito di don Milani: I care. Anzi, we care”.