domenica, 12 Luglio 2020
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Ciao gatto magico

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Era quella l’Italia misera, ma orgogliosa che usciva dalla guerra, quella in cui la televisione non esisteva ed entusiasmarsi per il calcio era anche scacciare brutti ricordi ancora troppo freschi.

A Firenze nel 1948 arrivò per non partire più un giovanotto del sud, classe 1921, che volle, fortissimamente volle Firenze.
L’amava da sempre anche se di lei aveva visto solo qualche ingiallita cartolina. Ha sempre raccontato che non fu la Fiorentina a scegliere lui, ma lui a scegliere Firenze.
Un personaggio originale, sopra le righe, additato come burbero ed estroverso, un po’ presuntuosetto e con la fama da duro.

Nardino Costagliola è stato una costola della Fiorentina. Lasciata Bari era corteggiatissimo dalle più grandi società dell’epoca: il presidente Dall’Ara lo voleva a Bologna, il suo amico Valentino Mazzola lo spingeva a scegliere il Torino.
Ma lui, caparbio, voleva solo Firenze e così fu!

“Firenze mi ammaliava e non dimenticherò mai che mi ha anche salvato la vita! Se avessi dato retta al mio amico Mazzola adesso sare insieme a loro, poveretti, finito contro la Basilica di Superga”.

Come dargli torto.

Come non incontrarlo allora per un ‘intervista con quel misto di reverenza che si deve sempre ad un grande che ha fatto la storia e lai paura alimentata dai colleghi che raccontavano della fama di burbero che si portava dietro.

Nardino forse era solo un vecchio signore brontolone e intristito del fatto che Firenze, la sua Firenze si fosse dimenticata di lui. Sulle prime mi scrutò sospettoso dalla terrazza di casa, con quei suoi occhioni attenti, ma poi si sciolse a parlare, parlare, parlare quando capì che volevo solo sentire la sua storia: di calcio e di vita.

Mi raccontò del suo appoccio con l’amata Firenze, il suo rapporto fantastico con i tifosi, i suoi originali metodi d’allenamento i suoi non proprio iddiliaci rapporti con presidenti, allenatori, insomma la fama del suo caratteraccio…

Lui poco più alto di 170 centimetri che diventò portiere per caso, ma che fu uno dei primi ad interpretare il ruolo in modo moderno. “Non importa l’altezza, la porta è piccola se quello che ci sta nel mezzo ci sa stare, ed io ci sapevo stare. Ricorda, un portiere deve saper parare prima che l’attaccante tiri”. Al portiere servono: doti innate, senso della posizione, grande elasticità, scatto felino e grande coordinazione”.

Mi entusiasmò Nardino. Rimasi imbambolata dai suoi racconti e decisi che la sua intervista, sul libro che stavo scrivendo, doveva essere “sbobinata” in originale. Sì, dovevo lasciare integro il sapore di quelle poche ma efficaci parole contornate da lui che, all’improvviso, zompava dalla poltrona per mimare con le sue ancora magre ed agili gambe tutto ciò che raccontava.

Ormai gli anni erano tanti per Nardino, ma la mente lucidissima e i ricordi che affioravano tantissimi. Belli e brutti. Passai due ore con lui e mi raccontò Il suo sentirsi sempre un leader in campo, l’essersi tolto la soddisfazione di dire no alla nazionale del mitico Vittorio Pozzo, l’orgoglio di essere stato lui a scoprire Giuliano Sarti, Miguel Montuori, Romeo Benetti e Giovanni Galli, l’aver visto crescere davanti alla sua porta la difesa d’acciaio del primo scudetto: Chiappella, Rosetta, Cervato e Segato.

E poi il cruccio, quello più grande. Quello che nemmeno ad ottant’anni e passa riusciva a scacciare. Lo scudetto… quello scudetto! Sfiorato, ma non vinto. “Andai via proprio quell’anno…” ricordò immalinconendosi.

Il finale fu poi tutto un crescendo. Confessò di essere stato sempre un tipo sulle sue, di aver frequentato poco i compagni, di ridere dei giocatori di oggi che vanno in giro con i macchinoni mentre a lui bastava solo la sua bicicletta, di non condividere gli allenamenti di oggi raccontando che a lui, per allenarsi bastava solo una corda. “Ero maniacale: non capivo a cosa servisse stare lì in porta a prendere le pallonate. Io mi allenavo da solo. Come? Prendevo il pallone, lo legavo con un filo a diverse altezze e poi mi tuffavo per vedere dove e come potevo arrivare a prenderlo. Io fra i pali volavo…”

Ora sei volato davvero caro Nardino. La tua Firenze stai pur certo non ti scorderà caro brontolone di un portiere… A me rimarranno per sempre, quelle due orette in tua compagnia che mi concedesti…

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