venerdì, 7 Maggio 2021
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Quando l’Italiano va in cantina

L’italiano è demodè. Prendiamone atto. Rassegnamoci. Conserviamo con cura i vecchi vocabolari, quelli che si usavano a scuola e dentro cui si scrivevano gli appunti da scopiazzare durante i compiti in classe.

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Se si acquista un dizionario nuovo di zecca ci si accorge che la quasi totalità dei vocaboli aggiunti è di matrice anglofona. Al bando la lingua degli antichi romani, quella che diffuse il pensiero latino in mezzo mondo. Accantonata. Bistrattata.

Basta tuniche e pensieri trasversali. Basta corone d’alloro e filosofie. Il “De bello gallico”? Nel cestino della spazzatura e tanti saluti. Non fa più figo parlare di modus operandi, oggi si dice way of doing, espressione presumibilmente compresa da pargoli e nonnine ottantenni. Sarà.

Esclamazioni o parole dal vago sapore retrò stanno velocemente lasciando spazio a influenze provenienti dal regno di sua maestà la regina d’Inghilterra o da oltre oceano. Il tutto, in salsa nostrale. Per non smentirsi mai.

Perché gli spagnoli si fregiano ancora di chiamare il mouse “raton” e il computer “ordenador”? E i francesi? Cosa dire dei cugini d’oltralpe che traducono amabilmente password in “mot de passe” o top model nell’elegante “mannequine”? Nello stivale non si usa.

Ci si pavoneggia usando parole come fashion, catwalk, look, style, glamour, doping, slow food e non da ultima, social card. Quest’ultima, destinata per lo più agli anziani. “Scusi? – domanda al burocrate il pensionato un po’ imbarazzato – Cosa devo fare per avere la social card?”. Scene comiche. Roba che, la premiata ditta di “Amici miei”, saga cinematografica firmata da Mario Monicelli, avrebbe trasformato subito in una “supercazzola”.

D’altronde siamo fatti così, ci lasciamo coinvolgere. Massì. C’è chi dice che bisogna far spazio alle contaminazioni. Anzi, per meglio dire, alle contaminations.

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