È martedì sera. Pietro prende una pentola e la mette sul fuoco. È da poco rientrato dalla clinica dove lavora part-time. Domani è un giorno di università. Mancano gli ultimi esami, piuttosto  impegnativi, per concludere il master alla British School of Osteopathy. “Se tutto va bene spero di finire ad agosto”, confida.

Ma ad aspettarlo ci sono altri dieci mesi sotto il Big Ben per un corso di perfezionamento. Per Pietro Susini, 29 anni a novembre, una laurea in Fisioterapia con il massimo dei voti all’Università di Firenze, sarà il terzo anno passato a Londra.

Cuore in Italia, ma testa oltre la Manica

“Ancora non so cosa farò dopo – confessa – mi piacerebbe tornare in Italia, ma vorrei tanto aprire una clinica mia ed è molto più semplice qui”. Il cuore lo riporterebbe indietro, le circostanze invece gli suggeriscono di restare. Spiega: “In Inghilterra ci sono meno ostacoli per ottenere un muto, anche se sei giovane; le pratiche burocratiche sono più agili e poi ci sono le tasse: al fisco britannico, come libero professionista, pago la metà rispetto a quello che verserei in Italia”. È ancora troppo presto per affrontare il capitolo “domani”, per non parlare del “dove”: Pietro preferisce affrontare il “qui e ora”.

La giornata tipo

Per il momento, dal lunedì al venerdì, si divide tra l’università e il lavoro di fisioterapista. Una parte del sabato la trascorre con i pazienti. Alcune volte nel weekend insegna equitazione, per arrotondare ma soprattutto per passione. Non è stato facile intercettare uno spazio vuoto nella sua agenda. “È piuttosto incasinata”, scherza. È arrivato a Londra nel marzo 2012, dopo un corso post laurea e tre anni di lavoro come fisioterapista a Firenze. Poi ha fatto le valigie per inseguire la sua professione.

Il perché della fuga

“In Italia, a livello accademico, la figura dell’osteopata è mal riconosciuta, sono rari i corsi full time – afferma –  in patria avrei impiegato almeno sei anni per concludere un master approfondito come quello che sto seguendo, tra le aule e una clinica universitaria”. Nel suo stesso anno di corso ci sono altri sei studenti: tre sono italiani come lui. La capitale del Regno Unito è una meta gettonatissima dai giovani che lasciano il Belpaese alla ricerca di un’occupazione o per studio.

L'esodo degli italiani all'ombra del  Big Ben

“Londra è una grande macchina che lavora, offre molte possibilità di trovare un impiego soprattutto con un livello di istruzione medio – racconta – ci sono frotte di italiani che lavorano come camerieri o lavapiatti: in alcuni quartieri ti sembra di essere dalle nostre parti”. Nel 2013, secondo il Ministero del Welfare britannico, 44mila nostri connazionali hanno chiesto il national insurance number, per poter lavorare oltremanica. Sono aumentati del 66 per cento rispetto all’anno prima. “Per le professioni come la mia c’è maggiore concorrenza – aggiunge – devi darti tanto da fare, ma vengono riconosciuti i tuoi meriti: più vali, più sali. Qui manca totalmente l’aspetto della raccomandazione o della conoscenza che ti consente di far carriera”.

Pietro davanti alla British School of Osteopathy

Caro-vita in salsa inglese

Abitare oltre confine non ha solo lati positivi. “Capisco che noi italiani avremmo molto di cui lamentarci ma non sono d’accordo con chi vede l’estero come fosse l’America – afferma – ci sono anche lati negativi”. Uno su tutti? La vita in riva al Tamigi non è economica, anzi. “Con quello che spendo per una singola – dice con un sospiro – a Firenze potrei permettermi un intero appartamento, tutto per me”.