A lezione di integrazione. Nel quartiere 5, dove secondo gli ultimi dati del Comune sono 2.950 i residenti di nazionalità cinese – con una concentrazione elevatissima nell’area che da via Baracca si estende verso la Piana – le basi della convivenza tra i fiorentini e la comunità con gli occhi a mandorla si gettano tra i banchi di scuola.

Dai Centri di alfabetizzazione per l’apprendimento della lingua italiana promossi dall’amministrazione comunale (il “Gandhi”, il cui coordinamento è affidato alla onlus Cospe, è quello a cui fanno riferimento le 22 scuole del quartiere: qui gli iscritti di nazionalità cinese erano lo scorso anno il 46%), ai corsi di cinese (il “Fiori di pesco”, a cui partecipano una quarantina di ragazzi italiani), per arrivare al gemellaggio tra l’istituto comprensivo Gandhi e la scuola di When Zhou, nella provincia dello Zhejiang, l’area da cui arriva la maggior parte delle famiglie cinesi che vivono in Toscana.
“Prima di Natale 8 studenti provenienti da questa scuola, sono stati ospiti in Italia – racconta Carlo Testi, dirigente scolastico dell’istituto comprensivo Gandhi – a maggio ci sarà lo ‘scambio’ e toccherà a 12 alunni delle medie ed elementari ad essere ospitati in famiglia in Cina”. Al Gandhi, su un totale di circa 590 studenti “gli alunni cinesi sono il 28 per cento – precisa Testi – in proporzione il loro numero è maggiore nella scuola dell’infanzia e in quella primaria”. Se nella popolazione scolastica la loro presenza è un dato ormai acquisito, riguardo alla loro integrazione “ci troviamo di fronte a una situazione variegata – spiega il dirigente scolastico – circa un terzo degli alunni cinesi sono nati in Italia e non sono mai tornati in Cina, parlano bene l’italiano e non incontrano grossi problemi; la maggioranza è composta da alunni che hanno studiato in parte in Cina e in parte qua, poi ci sono quelli arrivati negli ultimi due-tre anni, che incontrano le maggiori difficoltà di apprendimento”.
In questi ultimi “emerge la tendenza, soprattutto nei maschi, a fare gruppo tra di loro nei momenti di riposo, un atteggiamento che aumenta alla scuola media”. In effetti, spesso si parla di quella cinese come una comunità che “sta per conto suo”, che conduce una vita separata. Ma è veramente così? “Vede, l’essere chiusi da parte dei ragazzi cinesi è anche la conseguenza di essere oggetto di forme di esclusione che permangono nel tessuto sociale, nel clima attorno a loro e di un insieme di reciproche aspettative che vanno deluse”, spiega Maria Omodeo del Cospe. E se fino alla scuola secondaria di primo grado i ragazzi riescono ad essere più seguiti nei loro percorsi di inserimento, nell’età dell’adolescenza si fanno più visibili le difficoltà nell’inclusione socioculturale, come rivelano anche gli abbandoni scolastici nei primi anni della scuola superiore.