La grande giornalista e scrittrice è stata la migliore ambasciatrice nel mondo dell’acume, dell’intelligenza ma anche delle asprezze tipiche della sua città, verso cui nutriva un amore profondo. Alla Fallaci, però: pieno di litigi, rotture, incomprensioni. Ma qui Oriana è voluta venire a morire, cercando di conservare come una delle ultime immagini la cupola del Brunelleschi, visibile dalla stanza della clinica in cui spirò il 15 settembre del 2006. Un addio intimo con la sua Firenze dopo un finale di esistenza, quella scaturito dalla «Rabbia e l’Orgoglio», battagliero e polemico. Una straordinaria carriera da venti milioni di copie giocata su una scrittura sublime e una passione viscerale racchiusi nella rigorosa scritta incisa sulla lapide sotto la quale riposa al Cimitero degli Allori: «Oriana Fallaci, scrittore». E ora la mostra su Oriana a Firenze, un omaggio che sa di riconciliazione e di riscoperta della grandezza del personaggio. È questa la terza tappa di un’esposizione nata lo scorso settembre a Milano, città sede della Rizzoli e dell’Europeo (i «datori di lavoro» ai quali lei rimase sempre fedele) e poi proseguita a Roma.
La vita della Fallaci scorre in foto, scritti, bozze, filmati, cimeli: straordinaria la quantità di materiale che gli organizzatori della mostra, guidati da Edoardo Perazzi, nipote della scrittrice ed erede universale, sono riusciti a raccogliere. La Fallaci era d’altronde una vera star, sempre sotto i riflettori alle feste newyorkesi come sotto le bombe in Vietnam. Fino a quando nel ’92 non annunciò di essere malata di cancro e decise di nascondersi alla Greta Garbo. Ma il nuovo capitolo fiorentino riserva testimonianze inedite, legate soprattutto agli anni toscani, quelli dell’infanzia e dell’adolescenza. Su questo periodo è incentrata, infatti, la parte dell’esposizione presentata a Palazzo Medici Riccardi. Un’immagine bellissima resta il punto di partenza per capire la tempra di Oriana: è il ’43, lei quattordicenne inforca la bicicletta come staffetta partigiana. Il padre Edoardo era un granitico antifascista, esponente nel movimento Giustizia e Libertà; e lei portava volantini e armi superando i posti di blocco tedeschi col candore di una ragazzina con le treccine bionde. Negli anni Trenta, eccola bimbetta al mare a Lido di Camaiore o mentre scia all’Abetone o tra i fiori sulle Alpi Apuane; e subito dopo la guerra compare già come una cronista sicura di sé appoggiata al colonnato degli Uffizi. Aveva diciassette anni quando, terminato il liceo classico con un anno di anticipo e il massimo dei voti in tutte le materie (tranne in matematica), la Fallaci volle cominciare a lavorare e andò a chiedere un impiego al quotidiano «Il Mattino dell’Italia Centrale». Oriana raccontava che quella scelta fu il frutto di un errore, entrò in quegli uffici pensando si trattasse della «Nazione ». Il caporedattore dell’epoca rimase piuttosto perplesso di fronte alla ragazzina ma la mise subito all’opera ad ampio raggio, dalla cronaca nera ai fatti di costume.
La mostra espone alcuni dei suoi primi articoli: un’intervista a Dior, giunto a Firenze per un defilé, e l’ironico racconto di un dancing lungo l’Arno in cui le ragazze andavano a cercare un futuro marito accompagnate, però, dalle mamme, custodi delle loro virtù. Ecco le foto di Greve, scenario delle giornate felici accanto ai genitori Edoardo e Tosca e alle sorelle Neera e Paola, nido d’amore per il suo legame con Alessandro Panagulis, il dissidente greco che combatté il regime dei colonnelli. Lui, Alekos, ritorna naturalmente anche nel-l’altra parte della mostra, quella di Palazzo Panciatichi, che ripercorre i momenti più importanti della carriera della Fallaci attraverso i libri più famosi. Oriana lo ricorda in un’intervista tv e legge una sua poesia. Dopo di che si sarebbe rinchiusa per tre anni a scrivere «Un uomo». Scorrono le immagini del Vietnam, il suo luogo prediletto da inviata al quale dedicò reportage memorabili e lo splendido «Niente e così sia». Ci si incanta davanti alla sua descrizione delle paure degli astronauti impegnati nelle missioni Apollo con cui trascorse un lungo periodo alla Nasa e che ritrasse in «Se il sole muore». E c’è una chicca audio: il passaggio dell’intervista a Henry Kissinger, uno dei suoi celebri incontri con i potenti della Terra, in cui lei riesce a strappare all’allora consigliere per la sicurezza americano la frase: «In Vietnam io agisco come un cowboy solitario». Affermazione che gli creò non pochi problemi nei rapporti con Nixon e che fu motivo di una lunghissima polemica. La registrazione in inglese è precaria ma il braccio di ferro tra Oriana e Kissinger è ben evidente. Infine l’Oriana post 11 settembre, l’Oriana che brutalizza le coscienze con le sue invettive all’«Eurabia» incubo dei valori occidentali e che, tornando a Firenze, si scaglia contro il «Social Forum». E qui c’è spazio anche per la satira, quella di Sabina Guzzanti che la imitò con fucile ed elmetto. Una donna sempre in guerra, non certo da santificare, ma da ammirare per bravura, passione, coraggio.