È un dolce risveglio ascoltare il nuovo album di Joss Stone dopo l’improvvisa eclisse di Amy Winehouse.

Del resto in Newborn, l’intenso pezzo di voce e chitarra che apre il disco, l’artista canta “Trattiamo questo giorno come un bambino appena nato che vuole essere curato” : una sensazione di rinascita che coinvolge l’intero lavoro. L’energia dell’album era intuibile fin da Somehow, singolo in rotazione musicale già dai primi giorni di giugno, che lasciava presentire tutta la forza espressiva di LP1.

D’altronde non è evento di cui stupirsi, poiché la Stone è un’artista giovane ma completa, con quattro album alle spalle e altrettante favorevoli critiche, un disco di platino vinto nel 2005 e un successo ai Grammy Awards ottenuto come “Migliore R&B Performance di duo o gruppo”.

Il nuovo album di inediti oscilla tra composizioni travolgenti capaci di scatenare forti tempeste emotive e brani in cui la sua voce scivola in dolci atmosfere soft e malinconiche: un’alternanza di vibrazioni comune a Mind, Body & Soul. Distinta da questa capacità di volare tra le tonalità degli umori quotidiani, Joss Stone di quei sedici anni in cui ha cominciato a fare musica, sembra non aver perso l’anima libera ancora viva nel recente Colour me free, ma averla trasformata in una matura e consapevole indipendenza. Dopo i problemi di produzione legati al suo ultimo album e la battaglia legale nella quale è stata investita, l’artista esce adesso, infatti, con una firma autonoma (Stone’d Records) e una stimolante collaborazione a quattro mani con un artista di gran livello: David Stewart.

E’ proprio con il musicista, fondatore degli Eurythmics, che duetta in un brano piacevole e vintage (Picnic for two) dove la sua voce si mostra nei toni più morbidi e caldi. Diventa al contrario graffiante e struggente in pezzi di notevoli impeto ed energia (Karma, lo stesso Somehow, Cry me self to sleep) per posarsi poi di nuovo con leggerezza e raccontare momenti più introspettivi e lunari in Drive all the night e Landlord. A concludere degnamente le dodici tracce è chiamato Cutting the breeze, che sigilla un album forse privo di momenti deludenti.

Al quinto disco e dopo tre anni di silenzio, la Stone risulta convincente e consapevole: una maturazione con stile che arriva dopo le cover iniziali di grande successo (The soul sessions, 2003) e alcuni lavori che hanno ottenuto una minor approvazione popolare.

In quest’ultimo progetto dal titolo basic sembra esprimere un desiderio altrettanto essenziale: cantare se stessa e la propria evoluzione marchiando le proprie parole con il fuoco della sua voce, del tutto a suo agio in un ambiente soul dal forte accento rock. Seppur condivide un territorio comune ad altri virtuosi talenti, non ultimo quello dell’altra britannica Adele, il suo timbro resta riconoscibile e c’è chi l’ha paragonata a futura discendente di Aretha Franklin. Probabilmente è ancora presto per dirlo, in fondo ha ancora tempo per continuare a mostrare le sue doti: questo del resto è “soltanto” il 2011.