domenica, 19 Aprile 2026
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L’anima a nudo di Alain Bonnefoit

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La mostra “Alain Bonnefoit. L’anima a nudo”, che si inaugurerà il 14 giugno alle 18 alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” di San Gimignano, vuole ripercorrere i quaranta anni di attività pittorica dell’artista francese che, nella sua personale ricerca, ha sperimentato i più diversi mezzi espressivi. Per avere un’esaustiva panoramica del suo lavoro, saranno così esposti fino al 17 agosto: 22 oli su tela e su tavola, 12 tecniche miste, 11 sumi-e, 6 sculture e 15 disegni.

Una retrospettiva sull’opera di Alain Bonnefoit potrebbe voler dire ripercorrere, attraverso i suoi nudi femminili, quel periodo storico artistico rimasto in disparte rispetto al concettualismo della fine degli anni Sessanta, ovvero quel settore della cultura che, pur assecondando i mezzi espressivi contemporanei come la fotografia, la video-arte e tutte le discipline comunicative collegate all’arte elettronica, è rimasto coerente al proprio credo esistenziale basato sull’homo faber. Per artisti come Bonnefoit, infatti, sembra che il tempo si sia fermato, ma questo non vuol dire che nelle sue opere si percepisca un’involuzione stilistica o una regressione primordiale. Al contrario, l’artista francese ma italiano d’adozione, ci dimostra come si possa essere contemporanei anche con un mezzo espressivo tradizionale.

Vedere lavorare Alain Bonnefoit corrisponde a una gioia emotiva: l’artista di fronte alla modella entra quasi in una sorta di trance creativa e lavora sospinto da un vero e proprio stato di grazia. I suoi sumi-e – tecnica orientale basata sull’utilizzo di fogli speciali e chine particolari dove il pennello non deve mai lasciare la carta –, le sue tecniche miste e i suoi dipinti ad olio non corrispondono mai a semplici ritratti, non ci riconducono al concetto classico di nudo, non hanno niente a che vedere con le Veneri rinascimentali, ma in alcuni casi potrebbero sembrare dei ritratti ideali di corpi-contenitori d’anima. Posture improbabili, espressioni estatiche, fusione segnico-cromatica tra volumi e fondo – in certi casi la bidimensionalità è talmente accentuata che la figura si staglia dal fondo solamente per mezzo dei propri contorni abilmente marcati – e grande libertà del colore: se da una parte il sumi-e potrebbe essere considerato una delle tecniche di maggiore libertà espressiva, dall’altra, con i dipinti ad olio, è il colore a giocare il ruolo di agente che sconvolge la prevedibilità di un soggetto che non appare mai come ci aspetteremmo.

I nudi femminili di Bonnefoit stupiscono, incuriosiscono, meravigliano, ma dopo aver dedicato un po’ del tempo a una visione più approfondita, rassicurano e fanno immergere in un’atmosfera che conduce oltre il soggetto e permette di percepire le giovani anime ribelli imprigionate dal velo di Maya che cripta tutte le cose del mondo. “I suoi dipinti ad olio e le sue tecniche miste – come scrive il curatore della mostra Maurizio Vanni nel catalogo della mostra – propongono dei nudi di donna più suggeriti che rappresentati, collocati in un’atmosfera senza tempo, magica e per questo non reale, che immediatamente proiettano lo spettatore a ridosso di uno stargate dimensionale. Al di qua di questa linea i suoi lavori ci appaiono come sinuosi nudi di donna, dei corpi privi di abiti proposti, talvolta, attraverso bizzarre e improbabili posture che sprigionano passionalità e voluttà. Il corpo sembra stagliarsi a tal punto dal fondo da creare una sorta di lacerazione cromatica, di taglio dolce ed enigmatico. Al di là di questo confine immaginifico potrebbe trovarsi un nudo di donna inteso come pretesto per cercare il fulcro di tutte le cose. L’essenza della realtà o ciò che in filosofia potremmo definire la verità della verità. Se così fosse lo spettatore non dovrebbe più accontentarsi di seguire le linee di superficie, ma dovrebbe considerare il nudo come un mezzo piuttosto che un fine”.

 

Lacatus, il “papà” di Mutu

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Fu l’ultimo atto della gestione Pontello, un anno nefasto in cui oltre al codino di Vicenza, la viola perse anche la Coppa Uefa in finale, scippata dall’odiata Juventus sul campo neutro di Avellino e si salvò per il rotto della cuffia in campionato solo all’ultima giornata. Fu l’anno – per rinfrescare ancora la memoria – pre-Italia ’90, quello che vide i tifosi viola perennemente pendolari verso Perugia.

Ma torniamo al campionato successivo, quello che c’interessa. 1990-91. Entusiasmo alle stelle per l’arrivo dei “cinematografari” Mario e Vittorio Cecchi Gori sulla poltrona della presidenza.


Marius Mihai Lăcătuş inaugura la serie delle leggendarie “ciliegine” che Vittorio Cecchi Gori ogni anno voleva regalare ai tifosi. ma la prima ciliegina si rivelerà ben presto un amarena…

Il giocatore rumeno col capello a frate, nato a Brasov (Romania) il 5 Aprile1964 viene descritto nelle schede tecniche come un ala destra dallo scatto bruciante, dalla corsa leggera e dal tiro secco e preciso.


Del resto quando sbarca a Firenze, dopo un eccellente mondiale disputato, era una grande stella della sua nazionale e della Steaua Bucarest.

Nel mondiale italiano appena concluso si mise in evidenza. Da ricordare, fra l’altro anche il bellissimo gol segnato a Bari all’Unione Sovietica, dove dopo aver saltato in dribbling 2 avversari e trafisse Dasaev.

Purtroppo la Romania perse agli ottavi contro l’Eire ai calci di rigore, ma la Fiorentina così come molti club europei, aveva già messo gli occhi addosso sul talento rumeno e alla fine, battendo la concorrenza, Lacatus sbarca a Firenze.


Ricapitoliamo un po’ la sua carriera pre-viola. Esordio nella squadra della sua città, il Brasov FC, nel 1981 dove gioca fino al 1983 collezionando 45 presenze e 5 gol.

Nella stagione 1983/84 si trasferisce nella squadra più importante della Romania: lo Steaua di Bucarest, dove rimane per 7 campionati che lo vedono vero e proprio protagonista (200 presenze e 60 gol).

Ricchissimo anche il suo Palmares: una Coppa dei Campioni (la prima in assoluto vinta da una squadra dell’Est Europa), una Supercoppa Europea, dieci scudetti e quattro Coppe di Romania. Conquista la nazionale e la possibilità di giocare il Mondiale italiano del 1990.


A Firenze però rimarrà solo una stagione in cui colleziona 21 partite e segna solo 3 reti. Il povero allenatore brasilero viola, Sebastiao Lazaroni lo fa giocare titolare fino a dicembre, poi deluso lo spedisce in panchina.

L’estate successiva se ne va in Spagna a giocare nell’Oviedo, unica squadra che fa un’offerta per Marius e la Fiorentina lo lascia partire senza rimpianti…

Nella Liga gioca 2 campionati (92/93 e 93/94) con 51 presenze e 7 gol, ma conferma che, lontano dalla sua Romania, non è più il giocatore fantastico che avevamo ammirato prima del 1990 e quindi, nel 1993 torna in patria nella sua squadra storica: lo Steaua di Bucarest.

Lì rinasce e torna ad essere il vero Lacatus: dal 1993 al 1999 colleziona 151 presenze e 39 reti. Riconquista la nazionale e si gioca pure di giocare gli Europei del 1996 in Inghilterra. Chiude la carriera agonistica nel 2000 nel National Bucarest.

Dopo il ritiro, Lăcătuş resta al National come assistente dell’allenatore. Ricevuto il patentino di allenatore, guida alcune squadre locali, salvo una breve parentesi nel 2003 come assistente dell’ex compagno di squadra nella Steaua campione d’Europa Anghel Iordănescu, all’epoca commissario tecnico della nazionale rumena.

Nel 2005 il presidente della Steaua George Becali gli affida la dirigenza del club, ma Lăcătuş preferisce il terreno di gioco agli uffici. Si dimette a breve dall’incarico e torna in panchina, guidando, nel 2006, l’UT Arad. Nel novembre 2007 rimpiazza Massimo Pedrazzini sulla panchina della Steaua Bucarest.
Nel suo paese è un mito a lui, per chi è curioso è dedicato il sito www.mariuslacatus.ro
dove è definito o legenda nu moare niciodata – una leggenda non muore mai
A Firenze, lo possiamo ricordare tutt’al più come l’unico rumeno sbarcato a Firenze prima di Mutu…

CARRIERA
1982-1983 – Braşov – 53 presenze – 0 gol
1983-1990 – Steaua Bucarest – 200 presenze – 69 gol
1990-1991 – Fiorentina – 21 presenze – 3 gol
1991-1993 – Real Oviedo – 51 presezne – 7 gol
1993-2000 – Steaua Bucarest – 151 presenze – 39 gol
2000 – National Bucarest – 12 presenze – 0 gol

Nazionale
1984-1998 – 84 presenze – 13 gol

Così è cambiato il fiorentino

Come vu’ parlahe? Il fiorentino ieri e oggi

 

“Ma indo’ tu s’è andaho?”. “Icché si fa stasera? Siee, chello gli è grullo”. C’è poco da fare, è proprio buffa la parlata fiorentina. Per chi la ascolta, e a Firenze non ci è nato, riesce ad avere sfumature comiche anche in bocca ad una persona seria impegnata in un discorso altrettanto serio. E alzi la mano chi non è mai stato preso in giro per le sue “c” aspirate da un forestiero che provava goffamente a fargli il verso, riuscendoci poco e male, perché la gorgia (ovvero ciò che rende “antiphathiho” un “antipatico”) fa parte del dna del capoluogo tanto quanto l’Arno o il Battistero.

Eppure, passa il tempo, passa l’acqua sotto i ponti, e la parlata fiorentina è cambiata pure lei. Si è tenuta i suoi tratti distintivi, per cui grandi e piccini continuano a essere convinti che “quell’omo se n’è andaho di hasa”, ma certe parole le ha perse per strada. Per esempio: quale giovane fanciullo fiorentino dirà mai alla sua mamma “Non mi aspettate per cena, vado a desinare da McDonald?”. Oppure: quale adolescente entrerà più in un negozio del centro per chiedere a una commessa se ha la taglia 42 di quella camiciola? Ancora: che faccia farerebbe un ragazzo se si sentisse chiedere da un ortolano anziano se, oltre alle zucchine, vuole anche un po’ di petonciani? Mica lo sa lui che questi “petonciani” sono le melanzane. Vagli poi a spiegare che il migliaccio è il castagnaccio e che il quartiere è l’appartamento e non la zona dove abita.

Insomma, cambia tutto, anche in bocca ai fiorentini. Anche se c’è ancora un esercito di signori dai capelli bianchi che questo patrimonio linguistico non lo ha perso. Loro fanno la spesa e comprano il ramerino, sopra gli spaghetti ci mettono il cacio, la casa la puliscono con la granata e il bastone (leggi spazzolone), e i piatti li lavano nell’acquaio. I giovani invece hanno altri grilli per la testa. Se a scuola c’è l’ora di educazione fisica si mettono il toni. Se alla prima ora interroga la professoressa severa allora piglia male, se il sabato sera bevono troppo rischiano di strippare, e forse è bene che i nonni non sappiano cosa intendono esattamente i loro nipotini con questo termine.

Ma lessico e giochini a parte, cosa sta cambiando nel fiorentino? “È cambiato, certamente, come cambiano tutte le lingue – spiega il professor Leonardo Savoia, docente di Linguistica Generale all’Università di Firenze –. Oggi ad esempio è molto meno marcata la differenza tra il fiorentino rustico e quello della città. Sul fiorentino dei giovani poi c’è una forte pressione dell’italiano standard, per cui forme come “vo” “fo” sentono la concorrenza di “vado”, “faccio”. Ma non è che col passare del tempo si rischia di perdere anche la preziosa gorgia? “Per ora non è in calo, anche se tante persone tendono ad usare una pronuncia standard, spesso sfugge comunque dal controllo del parlante – rassicura il professore –. Anzi, si assiste ad un’espansione geografica del fenomeno, per cui capita di sentire dire parole come “andaho”, molto forti fra i giovani, anche in altre zone della Toscana”.


“Così è cambiata la lingua di Boccaccio”

 

Bei tempi. Quelli del fiorentino “docche” (doc, insomma). Quelli che si ricordano i nonni di Firenze e che ormai sono andati. “Con tutto icché c’è ora, siamo tutti mescolati. Nell’autobus si trovano gialli, neri, verdi…”, dice una signora ben vestita e con un filo di rossetto, il suo nome preferisce non dirlo: sono le 10 e scappa al mercato. Sono loro, gli anziani, che tengono vive le sfumature del fiorentino d’antan: parlando seduti nelle panchine, nelle piazzette e nei parchi, magari con i loro nipotini accanto.

Ma com’era questo fiorentino che sta sparendo, o comunque irrimediabilmente cambiando? “Sboccato, alla Boccaccio, ma non per forza offensivo. Prendiamo una parola come “bischeraccio”, che era detta con simpatia. Oggi non si usano più o comunque molto meno”, racconta il signor Franco, che è nato e vissuto proprio a San Lorenzo, zona mercato centrale, il cuore di Firenze. Un modo di parlare volgare che fa sorridere: “Si diceva merdaiolo, bucaiolo. Le gemelle che stanno accanto a casa mia però continuano a dirle queste parole. E quando le sento mi ritornano in mente, altrimenti forse le avrei dimenticate”, dice Adriana, 70 anni. “Le mie figlie invece ora dicono “stronzo”, “non mi frega un cazzo”, e a me non piacciono queste espressioni”, aggiunge la sua amica Anna, che di anni ne ha 74 e quando pronuncia le “nuove parolacce” abbassa il tono di voce e quasi si sente in colpa a pronunciarle.

Ci sono parole che ormai sono scomparse dall’uso corrente, sostituite da quelle utilizzate dalle nuove generazioni. Prova a ricordarle il signor Plinio, 73 anni, anche se è difficile farle venire in mente: “Pastrano non lo dice più nessuno. È il cappotto, ora magari si dice ‘giacchetto’ oppure ‘giacca’. Poi la porta veniva chiamata ‘l’uscio’ e la bottiglia ‘la boccia’”. Questo fiorentino è quello che hanno imparato dai loro nonni, che avevano vissuto nel 1800. Era facile impararlo. Oggi per i loro nipoti lo è molto meno. “Sono più strettini di noi: parlano correttamente l’italiano e non il fiorentino. Perché vanno a scuola, guardano la televisione, leggono e stanno con gente di fuori. Quando ero piccolo io, a scuola eravamo tutti nati a Firenze”, dice Lorenzo, 67 anni, che il suo fiorentino l’ha imparato fra le vie di San Frediano.

È anche il tono che non è più quello di una volta: “Prima – continua – si diceva “andaaaho” con una bella a prolungata. Poi c’era anche ‘veniiiiio’”. E ancora, racconta Lido, 82 anni, si diceva ‘mi casa’ e ‘mi carne’: “Ora al limite quando vado dal macellaio gli chiedo ‘la ciccia’, e non più un etto come allora”. Ma si scoprono anche le influenze delle altre lingue, tipo stranamente il francese: “Liscit era la latrina, il gabinetto insomma”, cerca di spiegare Plinio.

Il tempo passa e quasi non ci fanno più caso a come cambia anche la lingua. “Noi continuiamo a dirle tutte, queste parole, ma non ci accorgiamo se sono delle parole che non si usano più”, spiega Renzo, che tutti gli amici prendono in giro “perché viene dalla campagna”. Senza accorgersi che anche la “campagna” è scomparsa, perlomeno come concetto: perché oggi è tutta città.

Musica e poesie in città

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Le iniziative si terranno prevalentemente alla Biblioteca delle Oblate, dove si svolgeranno veri e propri recital notturni nelle terrazze con vista sulla cupola del Brunelleschi. A partire da domani giornata tutta dedicata alla poesia italiana con alle 21.30 il recital sull’Altana della biblioteca dei poeti Milo De Angelis, Vivian Lamarque, Enrico Testa e Marco Giovenale. Non solo. Appuntamenti con la poesia sono stati organizzati anche dal Giardino dei Ciliegi che ha curato tre incontri sulla poesia femminile, uno dei quali è il 14 giugno sempre alle Oblate sulla poesia della poetessa Barbara Serdakowski. Le iniziative sono state presentate stamani dal coordinatore dell’estate fiorentina Fabio Caselli insieme al presidente del Laboratorio Nuova Bonarroti Vittorio Bigini, alla presidente del Giardino dei Ciliegi Mara Baroni e all’assessore all’istruzione di Fiesole Maria Luisa Moretti.

La rassegna ‘Voci lontane, voci sorelle’ organizzata da Laboratorio Nuova Buonarroti coinvolge oltre 30 poeti, provenienti da dieci paesi diversi. Oltre a loro anche critici e studiosi, attori e musicisti. Il festival prevede sette recital poetici serali (compreso quello di stasera a Villa Romana con Peter Waterhouse, Uljana Wolf e Eva Taylor) con poeti come il beat americano Jack Hirschman, il rumeno Mircea Dinescu, il palestinese Ibrahim Nasrallah, la celebre poetessa ‘cantastorie’ sudafricana Natalia Molebatsi e le indiane Meena Alexander e Imtiaza Dharker. Gli spettacoli si alterneranno ad occasioni di confronto e di approfondimento critico come il dibattito che si terrà domani alle 17 sempre alle Oblate sulla situazione della poesia italiana al quale parteciperanno, oltre che i poeti, anche coloro che sono fra i maggiori studiosi di poesia contemporanea (da Andrea Cortellessa a Niva Lorenzini, da Guido Mazzoni ad Enrico Testa e Antonio Prete).

Ma vediamo gli appuntamenti alle Oblate. Giovedì 12 giugno, ci sarà, alle 17 la Presentazione del “Quaderno di Nodo Sottile 5”, con i 10 giovani poeti selezionati nel concorso nazionale di promozione della poesia giovanile indetto del Comune di Firenze. Mentre alle 21 seguirà Voci di poeti e voci di lettori, un originale confronto tra poeti e lettori di poesia: Tra i poeti, oltre ai giovani di Nodo Sottile, Mariella Bettarini, Paolo Maccari, Massimo Mori e Liliana Ugolini e tra i tanti “lettori di poesia”, gli assessori Daniela Lastri e Giovanni Gozzini, la cardiologa Cristina Landini, Marisa Nicchi e Rosanna Pilotti, il critico d’arte Edoardo Malagigi, la storica Anna Scattigno…

Venerdì 13 giugno (21.15) la serata sarà tutta dedicata alla poesia americana: con Jack Hirschman ,Agneta Falk , Christian Hawkey e Brenda Poster.
Cambiando luogo. Alla badia Fiesolana martedì 17 Giugno, alle 21.15 si terrà il recital sudafricana Natalia Molebatsi, del palestinese Ibrahim Nasrallah e della russa Tatiana Daniliyants con accompagnamento musicale di Camilla Neri e Marina Molaro. Il Festival si concluderà il 23 giugno nel quartiere 5 con una rassegna di poesia femminile indiana nella Chiesa di S. Michele a Castello (alle 21,15, via di S. Michele a Castello 14). Tutti eventi sono gratuiti. Info e prenotazioni allo 055.486159.

Galleria dei Medici su YouTube

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Dunque, all’indirizzo http://it.youtube.com/watch?v=3AhlcsLHqk4, è già possibile percorrere virtualmente il nuovo collegamento che, tra qualche mese, metterà in comunicazione via Cavour con via Ginori, attraverso la prima residenza fiorentina dei Medici. I nuovi percorsi del Palazzo si svelano nel filmato che mostra gli accessi al wine bar, l’ingresso al Bookshop, i pannelli con le indicazioni, le luci e le atmosfere dei nuovi locali. Il progetto della Provincia di Firenze riprende un’idea urbanistica suggerita dall’architetto Michelucci negli anni Sessanta.

I lavori per la realizzazione della Galleria dei Medici sono iniziati ufficialmente la notte del 25 maggio, quando il presidente della Provincia di Firenze, Matteo Renzi – a conclusione del Genio Fiorentino 2008 – con un colpo di piccone ha abbattuto una parte del muro che divideva la sala convegni Est-Ovest con l’autorimessa della Provincia. La riapertura dell’antica Galleria delle Carrozze, nell’intenzione dei progettisti, risolverà alcuni importanti problemi per quanto riguarda la distribuzione degli spazi all’interno di Palazzo Medici e nello stesso tempo creerà cortili fruibili e nuovi locali destinati ad attività innovative di promozione. Un progetto che punta a creare un’alternativa al polo Uffizi-Palazzo Vecchio grazie al recupero della zona San Lorenzo-San Marco-Accademia e alla importante trasformazione del complesso di Sant’Orsola.

Mantegna rinasce all’Opificio

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Il lavoro, cominciato circa un anno fa nei laboratori della Fortezza, sta procedendo ad un ritmo incalzante e verrà presumibilmente terminato entro maggio del prossimo anno. La ricollocazione nella sua sede naturale, la chiesa di San Zeno Maggiore a Verona, è programma per il 21 maggio 2009, in occasione della festa del Santo e dei 550 anni dalla sua realizzazione.

Si tratta, come afferma Marco Ciatti, direttore del settore di restauro dei dipinti mobili dell’Opificio di “un intervento molto graduale, ispirato alla minima invasività possibile” ma indispensabile, perchè la Pala presentava numerosi problemi conservativi che, non risolti, avrebbero causato danni maggiori. Il restauro ha interessato sia la superficie pittorica che il supporto ligneo e la cornice decorata, queste ultime mai trattate prima d’ora.

Per meglio eseguire le indagini diagnostiche ed il restauro, la Pala è stata suddivisa in 14 parti: tre tavole dipinte, tre scene della predella inframmezzate da paraste intagliate, la struttura lignea della predella, un architrave, il frontone diviso in due, le quattro semi-colonne.

Dall’inizio del restauro ad oggi, per quanto riguarda la struttura lignea delle tre tavole dipinte, si è provveduto al suo completo risanamento. Resta da realizzare un’importante operazione, definita di “conservazione preventiva” e cioè una doppia scatolatura posteriore in grado di limitare notevolmente lo scambio d’umidità tra il supporto e l’ambiente, stabilizzando così il movimento delle tavole. Successivamente saranno rimontate le tre tavole nella grande cornice e a quel punto l’intera parte posteriore sarà oggetto di una seconda scatolatura con le stesse caratteristiche della prima.

La superficie pittorica che presentava alcune sofferenze –  scarsa adesione del colore in alcune parti, alterazione dei vecchi ritocchi pittorici e delle vernici degli ultimi restauri – è stata per più della metà ripulita. Secondo il principio del “minimo intervento” adottato per questo restauro, si è trattato di una “pulitura leggera” che però ha permesso un notevole recupero della trasparenza e della nettezza del colore. Già da oggi è evidente una maggiore leggibilità dell’opera che appare basata su una minuziosa resa dei dettagli ed un complesso gioco cromatico. Il restauro ha inoltre messo in evidenza che è proprio l’eccellente qualità tecnica con cui il Mantegna realizzò la Pala ad averle permesso di passare quasi indenne cinque secoli di complesse vicende storiche e i precedenti restauri, alcuni dei quali molto invasivi.

Infine per quanto riguarda la grande cornice lignea decorata, terminati i lavori di risanamento strutturale e di completamento di alcune piccole parti mancanti, si è proceduto alla pulitura, rimuovendo vasti rifacimenti effettuati con materiali non idonei rispetto alla qualità dell’insieme. E’ attualmente in corso la delicata fase di stuccatura delle lacune che sarà seguita dalla reintegrazione.

Storia naturale, visite notturne

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Doppio appuntamento serale al Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze per il fine settimana. Giovedì 12 giugno dalle 20,30 alle 23,30 ingresso e visite guidate gratuite ogni mezz’ora alla collezione paleontologica del museo e osservazione di fossili con lenti di ingrandimento e microscopi (sezione di Geologia e Paleontologia, in via La Pira 4).

Venerdì 13 giugno, sempre dalle 20,30 alle 23,30, alla sezione di Zoologia “la Specola” (via Romana, 17) ingresso e visite guidate alla collezione zoologica del Museo con osservazione di reperti al microscopio. Le visite non necessitano di prenotazione; per maggiori informazioni telefonare allo 055-2346760.

Le due iniziative sono organizzate per festeggiare i dieci anni di attività dell’associazione culturale Tethys, che gestisce i servizi didattico-divulgativi del Museo di Storia Naturale e fornisce anche un supporto a OpenLab, il servizio della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali promotore di attività di divulgazione e diffusione della cultura scientifica.

“Loggia del Pesce per l’estate”

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“L’esperienza dello spazio della Loggia del pesce – si legge nel documento – la scorsa estate si è caratterizzata come un’iniziativa non invasiva nei confronti dell’ambiente cittadino ed ha ricevuto un alto livello di gradimento da parte dei cittadini, in particolare dai giovani. Lo stesso assessore alla cultura si è dichiarato insoddisfatto della scelta di non inserire fra gli spazi estivi la Loggia del pesce, dovuta alla proteste di alcuni residenti di piazza dei Ciompi”. A fronte di queste considerazioni la mozione invita il sindaco a “attivarsi con i soggetti istituzionali competenti per verificare la possibilità di riconsiderare la scelta compiuta per ciò che riguarda la Loggia del Pesce, recuperando per l’Estate Fiorentina dell’anno in corso una proposta di gestione di quello spazio e coinvolgendo i residenti nella definizione di modalità e regole condivise tali da minimizzare i disagi”.

La mozione chiede inoltre di “potenziare il ricorso ad attività di natura culturale come politica di supporto strategico al contrasto dei problemi di degrado e sicurezza, valorizzando la vitalità degli spazi pubblici cittadini nel rispetto delle regole di quiete pubblica e civile convivenza” e “assicurare che tutti gli eventi culturali inseriti nella programmazione dell’Estate fiorentina siano vagliati sotto il profilo qualitativo dall’assessorato alla cultura”. “Mi auguro che il consiglio comunale discuta al più presto l’atto – ha spiegato il presidente della commissione cultura Dario Nardella – anche per avere il tempo di concertare con tutti i soggetti interessati, un’iniziativa di recupero di uno spazio suggestivo e centrale per la vita estiva della città”

“Recuperare quello spazio è importante – ha aggiunto il consigliere di Sinistra democratica e membro della commissione Daniele Baruzzi – come in generale far rivivere i luoghi della città in relazione al tanto discusso tema del degrado e della sicurezza, naturalmente condividendo con i residenti le modalità di recupero”. “Si tratterebbe di un errore – ha concluso Baruzzi – cancellare un’esperienza importante che ha ricevuto un grande consenso la scorsa estate soprattutto fra i cittadini più giovani”.

Torna lo “yoga della risata”

Volete imparare a difendervi dagli effetti negativi dello stress e magari essere più produttivi nel lavoro? Per questo ecco il ciclo di incontri all’aria aperta dello “Yoga della risata”, che propone la tecnica della cosiddetta risata di gruppo, sviluppata dall’indiano dottor Madan Kataria.

Domani, mercoledì 23 giugno, alle 18, nel parco Pettini Burresi di via Faentina 145 l’esperta Simonetta Marchionni presenterà e insegnerà questa disciplina ai partecipanti e lo farà per altri cinque successivi appuntamenti: 21 luglio e 9 settembre ancora al Pettini; 14 luglio, 4 agosto e 16 settembre nel parco di Villa Favard in via Rocca Tedalda.

Lo “Yoga della risata” non produce solo i benefici già detti ma favorisce anche la cura di malattie, migliora i rapporti interpersonali, rimuove le inibizioni e fa acquisire più fiducia e stima di sé stessi. Gli incontri, organizzati dal Quartiere 2 in collaborazione con l’Associazione FormAzione, sono aperti a tutti.

Informazioni al numero 055/2767828.

Donne sul bus, tra paura e libertà

 

In autobus, sfidando i pericoli notturni

 

Attente al “lupo”. Jeans e maglietta, gonnellina da sabato sera o ballerine raso terra. Si siedono da una parte e guardano di sottecchi chi le circonda, cercando di non dare nell’occhio. Sono tante le donne che si spostano usando i mezzi di trasporto pubblico. Spesso sole, tornano a casa sugli autobus notturni dopo il lavoro o serate passate a divertirsi con gli amici. Salutano il gruppo sperando di arrivare “sane e salve” fino a destinazione e di non incontrare qualcuno che le importuni. O, nel caso peggiore, le segua una volta scese dal mezzo.

Le cronache parlano chiaro: le violenze sono in aumento e la paura cresce in modo direttamente proporzionale. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di studentesse fuori sede o straniere. Le fiorentine digeriscono malvolentieri gli autobus, preferiscono l’auto e il motorino. “Eppure Firenze non era così”, si sente ripetere fino allo sfinimento da gente con qualche anno in più, “In questa città si stava tranquilli, non si correvano tutti questi pericoli”. Sarà una sensazione o saranno “i tempi che cambiano”, fatto sta che anche la città del giglio è entrata nel vortice delle metropoli da “allarme sicurezza”.

Ore 00.40, via Martelli. La gente si accalca intorno alle fermate degli autobus. Guarda gli orari, sbuffa, si allontana. Poi ritorna. Osserva le tabelle quasi a calcolare il percorso che li attende. Arriva il 71, uno dei cinque mezzi che attraversa la notte fiorentina accompagnando nottambuli e anime vaganti fino alle due del mattino. Da Bagno a Ripoli al viale Salvador Allende, a Novoli. Taglia in due la città percorrendola da un estremo ad un altro. Facendo da ingombrante accompagnatore a chi non ha ancora sonno. Alla fermata del Duomo scendono decine di persone lasciando spazio a chi sale. Spintoni, corse. “Lei scende?”. “Si, si. Un attimo di pazienza”. E’ lo scambio di battute più frequente. Come se chi è a bordo avesse fretta di conquistare la meta. L’autobus si riempie di nuovo e riprende il suo viaggio verso la periferia.

La fermata successiva è la stazione Santa Maria Novella. E’ qui che raccoglie l’umanità più inquieta, quella più agitata. Quella che, alle volte, fa anche un po’ paura. A mano a mano che il tragitto si accorcia verso il capolinea, il mezzo si svuota. A bordo rimane solo l’autista e qualche passeggero. Spesso gli extracomunitari, coloro che abitano le periferie più estreme. Coloro su cui, complice qualche fatto di cronaca e l’inestinguibile paura dello ”straniero”, si punta il dito sempre più spesso. Seguono a ruota clochard, tossicodipendenti e qualche personaggio strano, quelli che navigano sugli autobus aspettando che faccia giorno, dimenticandosi di aver perso qualche venerdì. Sull’autobus ci si comincia a guardare intorno. Ad avere paura.

Ma prima, “quando si stava meglio”, dove si nascondevano tutti questi mostri? Difficile spiegarselo. Altrettanto difficile cercare di allontanare quella sensazione di inquietudine che accompagna perennemente le lunghe traversate notturne. C’è chi adotta piccoli stratagemmi, come portare nella borsetta polveri o spray urticanti. Altre gentili donzelle si affidano a corsi di autodifesa, studiano arti marziali per essere sempre pronte in caso di pericolo. La paura esiste, il rischio anche. Di facce sospette se ne vedono molte in giro, salvo poi scoprire che i maniaci, quelli veri, hanno l’aria anonima e lo sguardo insospettabile. Abiti succinti e palandrane poco attraenti a volte non fanno molta differenza nella mente dei malintenzionati. E così si sfida la notte. Si fa appello al coraggio e si prova a mantenere il controllo. Sperando di svegliarsi al mattino senza il ricordo di un terribile incubo.

 

Donna al volante, discriminazione costante

 

Dura la vita dell’autista dell’Ataf. E se a guidare il bus è una donna, lo è ancora di più. Gente spazientita, urla isteriche e tutte le colpe del mondo addossate a chi tiene stretto quel volante: episodi all’ordine del giorno. Purtroppo, però, c’è anche un crescendo anche di episodi molto più spiacevoli, soprattutto nel turno di sera: ubriachi a importunare, botte a bordo e tossicodipendenti ripiegati su se stessi.

“Si vede di tutto”, dice Francesca, nome di fantasia, una delle 60 autiste donne dell’Ataf. Ha 30 anni e lavora nell’azienda di trasporto pubblico da circa quattro. Questo lavoro lei lo ha scelto, e per la verità ci ha sperato veramente di poter vincere il concorso. “È un lavoro stabile e poi mi affascina molto. Allora ho deciso di prendere tutte le patenti che servivano e presentarmi al concorso. È andata bene”.

Certo è strano vedere al volante di quei grossi mezzi una donna. Da sempre si attribuisce questo mestiere alla figura maschile. La pensa così anche Francesca: “Certo hai un po’ una crisi di identità appena ti siedi al volante, ma poi scendi e torna tutto come prima”. Fosse soltanto un questione di identità sarebbe molto più semplice. L’essere donna però ha anche altri svantaggi: “Le persone chiaramente se ne approfittano – dice Francesca –. Se hai davanti una donna ti comporti in maniera diversa rispetto a un uomo: ti prendi delle libertà che altrimenti non avresti”.

L’esempio è a portata di mano: “Lo scorso ottobre sono stata aggredita verbalmente. Mi trovavo in viale Nenni e un automobilista insisteva per sorpassarmi. Alla fine ce l’ha fatta e poi ha inchiodato davanti. Ho dovuto frenare per non tamponare la macchina e ci sono stati 7 feriti a bordo”. Questo è un episodio, ma l’insicurezza sembra essere una costante: “In tante occasioni non ti senti sicura, perché anche una persona malintenzionata nei confronti di un uomo si comporta diversamente. Le donne sono più tranquille e hanno ovviamente meno possibilità di difendersi”, spiega Francesca. Ma il problema più grande è chi ti trovi davanti: “In realtà non lo sai mai con che persone hai a che fare.

Capita che sull’autobus salgano ubriachi, i tossici o ancora chi vuole fare lo sborone“. Qualcuno ci prova pure? “Non molti, sinceramente”. L’altro problema è che sull’autobus regna (tristemente) l’indifferenza: “Quando succedono queste cose gli utenti fanno gli affari loro, è difficile che si mettano in tuo aiuto”, continua Francesca. Forse perché è proprio all’autista che viene attribuito un ruolo particolare: “Non rappresenti te stesso, ma rappresenti l’azienda. E così i passeggeri hanno sempre da dire qualcosa, anche per le cose più stupide. È anche il motivo per cui, qualsiasi volta che l’autobus è in ritardo, le persone vanno dritte a lamentarsi dall’autista”. In questo caso, però, non si possono chiamare importuni.