giovedì, 1 Ottobre 2020
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Eccellenze da Populonia all’Archeologico di Firenze

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Si tratta di materiali preziosi e importanti, testimonianze di un’aristocrazia ricca e attenta: il famoso carro in bronzo, che dà il nome al Tumulo in cui è stato ritrovato e le idrie di Meidias – anch’esse provenienti da un corredo tombale – sono accostate alle grandi tele dell’artista Rodolfo Meli, che riprendendo il legame tra l’artista e l’oggetto del suo lavoro, delineano una corrispondenza di insieme sottile ma evidente, malgrado la diversità di epoche e di generi delle opere esposte. Oggetti di periodi storici diversi, ma accomunati dal territorio di Populonia, nelle cui necropoli sono stati ritrovati i pezzi archeologici e da cui ha inizio l’elaborazione dell’autore. Le immagini dei vasi attici rimandano ai culti di Afrodite e di Adone e ai miti della rinascita legata ai cicli delle stagioni, mentre l’atmosfera campestre e suggestiva dei quadri di Rodolfo Meli, si rispecchia nei racconti evocati dal materiale in mostra. Insieme al carro e al corno in bronzo rinvenuto nella stessa tomba, oltre ai due vasi di Meidias, troviamo anche una corona aurea e altri monili d’oro, la piccola kylix a figure rosse rimanda, invece, nel mondo efebico dei simposiasti e degli atleti.
“Si avvicenda ora un’esplosione di sensualità immaginifica e faunesca liberamente ispirata al mondo etrusco; in una serie di tele condotte con toni puri ed esaltati, o con le variazioni sofisticate di indaco mai abbandonate, prende ora vita un nuovo mito al limite di boschi, palazzi ed antri”. Donatella Cingottini

Rodolfo Meli, nato nella campagna intorno a Firenze, vi è profondamente legato e non manca mai nel suo lavoro un’elegia struggente per la natura e suoi misteri. Ed ecco il pretesto per riprendere la favola antica di Dafni e Cloe e trasferirla in terra Tuscia: Timodeo e Tedeo ne saranno i protagonisti, la rocca di Populonia il palazzo dal quale, in fasce, li hanno allontanati i ricchi genitori per farli vivere da pastori, a contatto con la natura dolce di un Mediterraneo vicino e familiare che l’artista ci propone ora in marine fantasiose, o vedute fra la macchia e il fiume, frutto dell’invenzione più libera. Questa narrazione romanzesca offre lo spunto a Meli per essere rivisitata con occhio incantato trasponendola in oltre 30 tele. L’atmosfera sospesa e magica, suggerita dai colori, accoglie i gesti calmi e pausati dei protagonisti; una serie di dipinti dai toni puri ed esplosivi, squillanti o striduli come il canto degli animali raffigurati dal pittore o impersonate dagli attori con maschere e vestimenti coloratissimi allusivi al piumaggio protagonisti del film.
Alle maschere, anime protagoniste, è dedicata un’altra lunga teoria di immagini dipinte. Ed infine, ma non ultimo, l’elemento sacro, intendendo con questo non gli dei in quanto tali, lontani dagli umani e dalla loro vita, ma piuttosto divinità minori, come demoni e geni che raramente appaiono e non interferiscono mai con gli accadimenti.
Rodolfo Meli analizza così il suo lavoro, sia pittorico che filmico: “Sono due sguardi diversi verso l’antico: quello più classico dovuto alla mia formazione e quello più onirico, nel quale la creatività può spaziare liberamente. I dipinti sono tratti dai fotogrammi stessi del film, sono nati progettando le scene e i costumi.”

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