domenica, 17 Gennaio 2021
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I paesaggi di Emanuele Barletti

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Fiorentino, 48 anni, Barletti ha partecipato a numerose collettive. Questa è la quarta personale, dopo la prima del 1993 a Rignano sull’Arno, seguita da due eventi a Firenze, l’ultimo al Lyceum nel 2005. Paesaggi resterà aperta dal 17 al 25 maggio, domeniche incluse, orario 16–20.
L’amore di Barletti per la pittura, scrive nel bel catalogo Polistampa lo storico dell’arte Carlo Sisi, “convive con la vivace attività di tutela che svolge per una importante fondazione fiorentina, curando con particolare passione l’incremento della collezione di opere d’arte”, e dimostrando “di saper intervenire criticamente sui dati della storia e dello stile” anche in occasione della pubblicazione di libri e di cataloghi.
Sono dipinti dal chiaro risvolto lirico, che ben si collega con la totale dedizione alla bellezza della natura. “Emanuele”, ricorda Sisi, “privilegia infatti nella sua pittura un vedutismo antico, radicato nella tradizione toscana con preferenze accordate alla campagna, ai borghi solitari e sigillati in una loro arcaica geometria: la campagna attorno al lago di Bolsena, il mare e la campagna nei dintorni di Cecina, ma anche l’interno della Fortezza da Basso di Firenze prima che la rigogliosa vegetazione spontanea – vera e propria oasi offerta alla fantasia – venisse recisa per far posto agli attuali padiglioni espositivi”.
La pittura di Barletti, osserva Sisi, è legata a un’esperienza del tutto personale, quasi spontanea e quindi non ascrivibile a metodi o scuole. Pittura che, tuttavia, osserva l’intima regola della composizione e del valore dei toni, che la imparenta con l’evoluzione percepibile, in Toscana, nella rappresentazione del paesaggio fra Ottocento e Novecento, soprattutto nella controllata partizione dei piani, nella dominante atmosferica che determina gli effetti di luce, nelle solide quinte degli edifici rurali. Anche la tecnica ad olio e la scelta del supporto ligneo confermano il culto della tradizione e la nostalgia, dichiarata da Barletti, nei confronti della salda rappresentazione della natura, che proprio attraverso il genere del paesaggio aveva trovato nei Macchiaioli e nei loro epigoni i più affezionati assertori. “Devozione a un tempo trascorso”, conclude Sisi, “che però fa riaffiorare in quello presente atomi di fiducia e il pensiero della perenne consolazione dell’arte”.

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