“Autogrill, vacanze, colazione, automobile e mare. E adesso costruite una frase”. Siamo alla scuola d’italiano del “binario 1” della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella. Entrando viene da chiedersi dove sia l’aula delle lezioni, perché, in effetti, non c’è. C’è un ingresso adiacente alla cappella cattolica e una stanzetta con qualche scaffale, una scrivania e una stampante. La mattina è un centro di ascolto e integrazione, il pomeriggio diventa una scuola. “Le aule le facciamo noi” interviene Carla, una delle volontarie dell’Acisjf (Associazione cattolica internazionale al servizio della giovane) con fare rassicurante. Ed ecco che in un baleno i tavoli di plastica bianchi e le sedie sono al loro posto. E voilà la scuola è pronta per partire.

Gli spazi sono piccoli eppure c’è tutto: lavagne, pennarelli blu e rossi, libri, alfabeti con animali disegnati per chi è all’inizio, fogli, penne, matite, gomme e tanta voglia di imparare. I principianti, e fra questi anche chi non sa né leggere e né scrivere, sono sistemati nell’entrata, mentre gli alunni del secondo livello nella stanza piccola. Qui è tutto molto più informale, più familiare, più allegro, più colorato da tutte le etnie che la frequentano. E’ la scuola delle colf, dei muratori, degli studenti, di semplici casalinghe, di chi non ha casa né uno straccio di lavoro (molti vengono da centri di accoglienza). Sono su per giù una ventina, ma a volte molti di più. Si incontrano tre pomeriggi la settimana. Il venerdì invece si impara l’inglese.

Elvira, sulla sessantina, viene dalla Romania ed è a Firenze solo da due settimane grazie a un’amica. Per lei, questa è la seconda lezione di lingua italiana. Elvira ha bisogno, come altre, di imparare l’italiano per lavorare come badante. E’ venuta in Italia perché nel suo paese i salari sono bassi. E’ sola, divorziata, e ha tre figli da aiutare: una è a Sidney, uno è ingegnere e l’altro ancora frequenta l’università in Romania.

“Noi riusciamo a sistemare circa 300 donne l’anno come badanti e colf – spiega Adriana Grassi, la presiedente dell’Acisjf – il nostro compito è cogliere le necessità e dare delle risposte. I bisogni più comuni sono il lavoro e l’alloggio. Ogni anno facciamo circa 3000 colloqui al centro di ascolto, e le persone che passano di qui sono di 58 nazionalità con o senza permesso di soggiorno”.

Sorride Klajdi, un ragazzo albanese che frequenta la scuola alberghiera. Il suo sogno è diventare un grande chef. Seduta vicino a lui c’è Zina, quarant’anni, estetista che viene da Bucarest dove ha lasciato la figlia di 25 anni che studia marketing all’università. Parla abbastanza bene l’italiano. Vorrebbe lavorare in un centro estetico, ma poi dice sottovoce “mi arrangio alla meglio aiutando una persona anziana”. Sono cronache della disparità, della povertà e della dignità quelle che si ascoltano alla scuola di tutti.

E tutti si stringono attorno alla scrivania, mentre Lucia, l’insegnante d’italiano, da vent’anni volontaria, scrive sulla lavagna il presente indicativo del verbo cucinare, poi il passato prossimo, imperfetto e futuro. “Chi sa dirmi il futuro del verbo cucinare? Forza ragazzi!”. “Cucinato”, azzarda Mimosa, una donna sposata albanese. “Io cucinerò”, risponde una ragazza polacca. “Ci sono ragazzi molto intelligenti che però non sono aiutati abbastanza a scuola, per questo vengono da noi. Poi ci sono anche quelli che non vanno a scuola. Noi accogliamo chiunque. C’è posto per tutti”. Mentre l’altoparlante annuncia arrivi e partenze, al portone della scuola di tutti continuano a bussare.