domenica, 2 Ottobre 2022
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Recensione: La cavalcata dei morti

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Il mistero, disseminato in tutto il libro, comincia fin dal nome dell’autrice che si firma con lo pseudonimo maschile di Fred Vargas (anche se sappiamo che la scelta di Frédérique Audouin-Rouzeau è in onore della sorella che a sua volta omaggia il personaggio interpretato da A. Gardner in La contessa scalza).
Con il suo ultimo romanzo La cavalcata dei morti, la scrittrice francese che ha già all’attivo undici libri, ritorna a raccontare le vicende umane e le indagini poliziesche del commissario Jean-Baptiste Adamsberg, stavolta ambientate presso Ordebec, nei boschi francesi della Normandia.
Poliziotto e autrice sono amici di vecchia data; Vargas lo ha creato nel 1991 (L’uomo dei cerchi azzurri) tinteggiando una figura dai tratti trasognati e dalla natura flemmatica ma abile nel risolvere i casi con una pura illuminazione intuitiva, un’immagine che si è solidificata nei due successivi romanzi dedicati al personaggio (L’uomo a rovescio, Parti in fretta e non tornare).
Lontano da Parigi, ma ancora in territorio francese, Adamsberg si trova in questa circostanza a condurre le ricerche di una storia singolare che non si muove soltanto nel presente, ma coinvolge antiche ombre e paure. Tradizioni passate, sospetti più o meno fondati circa l’esistenza di Sir Hellequin e la sua terrificante masnada di morti convivono con inspiegabili e persistenti omicidi che non lasciano tracce del loro colpevole.  Se da un lato una schiera notturna sembra “ghermire” e non dare tregua a dei vivi, peccatori di reati impuniti, dall’altro versante dei boschi Lina, una singolare e fulgida ragazza, sembra aver visto ciò che appare irragionevole, ma i suoi occhi sono decisi a parlare così come il suo corpo scatena nel commissario turbamenti famelici.
Grazie alla penna di un’autrice esperta in studi medievali, la leggenda diventa sempre più consistente e credibile e al contempo la narrazione coniuga una passione realistica che risponde a criteri di ordine più logico e razionale.
Dalla scrittura estremamente poetica e leggera, l’autrice si spinge in direzione di interessanti disgressioni che conducono il lettore a posarsi su spazi immaginifici o a indagare, all’interno di contesti descritti con perizia botanica-zoologica, la psicologia dettagliata dei personaggi.
Non è soltanto l’irresistibile commissario Adamsberg a risaltare nella propria illogica genialità o il suo alter-ego Danglard, ma ogni figura che l’autrice ferma e imprime nella mente del lettore anche soltanto grazie ad un efficace segno somatico.
Ritenuta come l’anti- P. Cronwell francese, Fred Vargas  è considerata piuttosto l’erede di A. Christie per gli ambienti intriganti che suggerisce e lo sguardo introspettivo con cui osserva i personaggi. L’autrice, dunque, pur con uno stile molto personale, resta ben ancorata al romanzo di genere mantenendo accesa, nei boschi della Normandia, una continua tensione e quando il libro si chiude desideriamo soltanto rincontrare presto il commissario Adamsberg e la sua schiera di colleghi, questa volta chissà dove.

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