mercoledì, 5 Agosto 2020
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Coronavirus, così si frena il contagio: intervista al professor Paolo Bonanni

Non è tempo per le soluzioni facili: sul virus, secondo l’epidemiologo Paolo Bonanni, “c’è ancora molto da sapere. Ma si sta già facendo tutto il possibile”

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Pur nell’incertezza delle ultime settimane, di una cosa il professor Paolo Bonanni è sicuro: “Si sta facendo tutto quello che è possibile fare” per contenere il contagio da coronavirus. Docente di Igiene generale e applicata all’Università di Firenze, Bonanni è uno dei massimi ricercatori nel campo dell’epidemiologia, della prevenzione delle malattie infettive e delle malattie invasive batteriche. È stato componente della Commissione nazionale per le vaccinazioni del Ministero della salute e consulente per alcuni dei maggiori centri europei che si occupano di prevenzione. La persona giusta per cercare di capire qualcosa sull’epidemia di un virus che, premette, “stiamo osservando da poco tempo e su cui abbiamo conoscenze ancora limitate”.

“Quella dei coronavirus – spiega Bonanni – è però una famiglia di virus ben noti in medicina. Di solito si manifestano in forme piuttosto lievi. Ogni tanto invece ne viene fuori qualcuno più ‘cattivo’: lo fu il coronavirus della SARS, nel 2002-03, e quello della MERS, la Sindrome respiratoria mediorientale del 2012. Il COVID-19 di oggi è un virus meno cattivo ma probabilmente più diffusivo. Il fatto di potersi manifestare in forme paucisintomatiche o forse addirittura asintomatiche – questo ancora non lo abbiamo capito con esattezza – da un certo punto di vista lo rende peggiore, perché rende difficile identificare le persone potenzialmente contagiose e metterle in isolamento in tempo utile”.

Qual è questo tempo utile?

Tutto fa pensare che il periodo della massima possibilità di contagio sia quello in cui le persone sono sintomatiche: quando hanno febbre, tosse, raffreddore. Non abbiamo ancora una valutazione precisa sulla diffusione nella fase che precede la malattia o se addirittura ci sono persone totalmente asintomatiche ma che hanno comunque un certo grado di contagiosità.

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Il professor Paolo Bonanni, docente di Igiene generale e applicata all’Università di Firenze

L’isolamento è una misura efficace?

L’isolamento delle persone malate e di quelle che sono entrate in contatto con i malati è l’unica misura che abbiamo a disposizione, in attesa di un vaccino. Se non impedisce la diffusione del virus, di certo la ritarda o comunque la confina. Capire quanto questo ridurrà la diffusione del virus e per quanto tempo, è ancora presto per dirlo. Ma le misure di distanziamento sono le uniche che possono funzionare. Fare più di quello che si sta facendo è oggettivamente difficile.

Quanto è rischioso questo virus?

È presto anche per poter calcolare il dato di letalità, cioè il numero di persone che muoiono rispetto a quelle malate. Soltanto quando l’epidemia si sarà esaurita e andremo a misurare gli anticorpi nella popolazione potremo avere numeri certi. Probabilmente sarà più basso rispetto a quanto appare ora perché per adesso contiamo sostanzialmente soltanto i casi evidenti e gravi.

Chi rischia di più?

Le persone più deboli hanno un rischio più elevato di sviluppare forme complicate di questa malattia: anziani, persone con malattie croniche gravi preesistenti, persone con uno stato immunitario compromesso. Serve attenzione, bisogna tenerle lontane dal contagio, cercare di fare in modo che non frequentino luoghi affollati. Anche chi si prende cura di loro deve fare grande attenzione. Escludere al cento per cento il contagio è impossibile, ma adottando le buone pratiche se ne riduce di molto la possibilità.

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La soluzione più efficace sarebbe un vaccino. È lecito sperare di averlo in tempi brevi?

Oggi esistono tante tecnologie diverse per poter sviluppare un vaccino. Fare poche dosi di un prototipo è possibile anche in tempi relativamente brevi. Il problema, comunque lo si faccia tecnicamente, è che prima di poter esser distribuiti, i vaccini devono superare una grande quantità di prove di sicurezza ed efficacia. Sono i prodotti più testati nel campo dell’industria farmaceutica e questi test richiedono almeno qualche mese.

L’altro problema è il cosiddetto scale-up. Un conto è farne 10 dosi, si fa prestissimo. Un conto è farne mille, si fa abbastanza presto. Quando se ne devono produrre milioni o centinaia di milioni il discorso è diverso. Normalmente per costruire una fabbrica che produce vaccini e risponde a tutti i requisiti ci vogliono dai tre ai quattro anni. L’attenzione e la legislazione sulla sicurezza in questi casi è maniacale. Si possono sennò convertire altri impianti già adibiti, col rischio però di andare in carenza di altri vaccini. Tutto questo rende le cose non immediate.

Come si sta muovendo la comunità scientifica internazionale in questa emergenza?

Il mondo scientifico è un mondo aperto in cui vige il principio dello scambio delle informazioni e delle conoscenze in modo da poter arrivare tutti insieme a un risultato. La scienza sta scoprendo una cosa nuova, un passo alla volta. Si può avere l’impressione che tra gli scienziati ci siano delle discrepanze di visione e magari a volte è proprio così. È perché si va per tentativi: siamo una società avanzatissima, abbiamo conoscenze estese in tantissimi campi della scienza, ma a volte succede in natura qualcosa che dobbiamo imparare a conoscere. Non conosciamo tutto. È una constatazione abbastanza banale, ma forse spesso la dimentichiamo.

Coronavirus, il professor Bonanni: “Contro il contagio si sta facendo tutto il possibile”

Nel mare di informazioni disponibili, a chi ci si deve rivolgere per orientarsi?

Ai canali ufficiali. L’Organizzazione mondiale della sanità diffonde informazioni basate sulla migliore evidenza scientifica possibile a livello mondiale, vagliate da una serie di scienziati al massimo livello. E l’Istituto superiore della sanità, che recepisce a livello nazionale le indicazioni dell’Oms.

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Facciamo chiarezza: le mascherine servono?

Non servono come protezione. Usarle in questo modo è anzi uno spreco che rischia di mandare in carenza quelli che ne hanno bisogno. Servono per chi presenta dei sintomi respiratori, in modo da limitare le possibilità di contagiare gli altri.

E se una persona presenta sintomi sospetti?

C’è un percorso preciso da seguire, ci si può rivolgere al numero verde dedicato, il 1500, per avere tutte le informazioni su come attivare una procedura di controllo e, eventualmente, essere presi in carico ed essere ospedalizzati. Non si deve passare attraverso il pronto soccorso: si rischia di contagiare il personale e le altre persone presenti, sarebbe un guaio per tutti.

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