martedì, 20 Ottobre 2020
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Coronavirus, seconda ondata: le “istruzioni per l’uso” dell’epidemiologo

Intervista all’epidemiologo Paolo Bonanni sulla nuova stagione del Covid: “In Italia siamo stati bravi, ma non è affatto finita. Dipende tutto da noi”

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Saranno i mesi dell’autunno, come sostiene l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i più difficili, quelli della cosiddetta seconda ondata del coronavirus? “Quanto lo sono stati quelli da marzo a maggio credo proprio di no”. Perché qualche merito, sostiene il professor Paolo Bonanni, dobbiamo pur prendercelo. Quando lo intervistammo per il numero di marzo de Il Reporter il numero dei positivi in Italia aveva da poco superato i 400. Non avevamo ancora visto niente. Le notizie in continuo aggiornamento di morti e nuovi contagi bastavano, però, a gettare il paese nella paura e nell’incertezza. Le parole dell’epidemiologo, docente di Igiene generale e applicata all’Università di Firenze, servirono a fare un po’ di chiarezza. Di nuovo con lui cerchiamo di guardare alla possibile evoluzione della pandemia nei mesi che verranno.

“Siamo stati il primo paese colpito in maniera durissima dalla pandemia e abbiamo risposto con un lockdown molto severo. Per l’economia, un bagno di sangue di cui pagheremo le conseguenze a lungo. Ma dal punto di vista sanitario ha avuto un impatto imponente sul contrasto all’epidemia. Basta pensare ai livelli di contagio di giugno”. È servito anche a educarci: “Abbiamo imparato quanto sono importanti distanziamento, mascherine e lavaggio delle mani. Penso che oggi, mediamente, l’italiano sappia tenere comportamenti piuttosto responsabili”.

Allora cosa dobbiamo aspettarci, una “seconda ondata” di coronavirus?

Clima freddo significa meno probabilità di stare all’aperto. E gli ambienti chiusi favoriscono certamente il contagio.

Siamo pronti?

Ad aprile non avevamo mascherine, non avevamo test, mancavano i tamponi. In termini di diagnostica la situazione di oggi è enormemente migliore. Siamo più bravi a fare il tracciamento delle persone a rischio, abbiamo gli strumenti per provare a evitare lo scenario più grave. Il resto dipende in larga parte dai nostri comportamenti.

Coronavirus, seconda ondata: un nuovo lockdown è possibile?

Avremo sicuramente un incremento del numero dei positivi, dei ricoveri e anche delle terapie intensive. Ma, lavorando bene, sarà possibile contenere il rischio, magari con zone rosse delimitate. Penso e spero che non si arriverà a un lockdown completo. È un’ipotesi talmente drammatica e indice di una situazione fuori controllo che in questo momento non mi sembra presumibile. Certamente, questo ragionamento non tiene conto dell’imponderabile: se per qualche motivo, ad esempio, si moltiplicassero i superdiffusori o ci fossero altre “sorprese” di tipo biologico – che possono accadere ma non sono preventivabili – la valutazione potrebbe cambiare.

Lei che la sta vivendo da medico e da docente, come valuta la riapertura delle scuole?

Estremamente complessa. È uno dei luoghi di socializzazione per eccellenza, pensare che esista la possibilità di contenere del tutto il rischio è veramente difficile. Sono domande che ci poniamo anche in università. Abbiamo scelto la didattica mista, con gruppi in presenza e gruppi a distanza, a rotazione. Se un professore un giorno si sveglia e ha un raffreddore, che deve fare? Sta a casa e fa saltare la lezione a un gruppo? Si può sempre essere preparati meglio, ma è difficile dire quanto si potesse fare meglio. La situazione delle scuole è una problematica estremamente complessa che vorrei giudicare a po- steriori. Vediamo come funziona a un mese o due dalla riapertura.

Stanno per arrivare i malanni di stagione. Il vaccino antifluenzale può aiutare?

Lo raccomandiamo certamente. La corsa ai vaccini antinfluenzali è partita, le regioni hanno ordinato più dosi degli anni scorsi prevedendo una maggiore richiesta. Si cercherà di raggiungere una copertura ampia, per gruppi di priorità. Il punto è che non sappiamo quante persone in più vorranno vaccinarsi. Se riuscissimo a vaccinare gli anziani e gli operatori sanitari potrebbe succedere che un quarantenne sano chieda il vaccino per proteggersi e non ci sia disponibilità sufficiente.

Produrre un vaccino è un’operazione complessa, aumentare le dosi disponibili è un processo lungo, non basta dire “l’anno scorso ne ho comprati un milione, quest’anno me ne servono due”. È per questo che noi della sanità pubblica raccomandiamo di aumentare la capacità produttiva: avrebbe una valenza individuale di protezione del singolo e una valenza sociale per far fronte alla maggiore richiesta in caso di emergenze come quella che stiamo vivendo.

Quanto al vaccino più atteso, quello contro il Covid-19: a che punto siamo?

Di solito per un vaccino servono 10-12 anni, da quando lo si pensa a quando va in distribuzione. Stiamo accelerando come mai prima d’ora. C’è un punto essenziale però: non dobbiamo derogare sulla sicurezza. Ne andrebbe della possibilità stessa di vaccinare le perso- ne, che se si impauriscono non si vaccinano più. Sappiamo quanta pressione e quanta comunicazione si fa oggi sui vaccini, anche a sproposito.

La scienza non può permettersi di scivolare su una buccia di banana perché vuole un vaccino velocemente e a tutti i costi. Il danno sarebbe enorme. I vaccini sono la più grande scoperta medica che l’uomo abbia mai fatto, hanno portato risultati imparagonabili con qualsiasi altra cosa. Non possiamo giocarci tutto quello che stiamo sfruttando a vantaggio della specie umana da ormai 200 anni perché vogliamo fare troppo presto.

La corsa al vaccino per il coronavirus è uno strumento di contesa geopolitica. Da scienziato, come la vive?

La scienza si è data delle regole. Gli studi devono essere pubblicati su riviste accreditate e sottoposti a un sistema di revisione tra pari. Il tuo lavoro viene letto e passato al vaglio da decine persone che si occupano delle stesse cose e ne sanno almeno quanto te, in tutto il mondo. Un vaccino come quello russo lascia gelati: non è pensabile metterlo in commercio o in uso senza che nessuno abbia mai letto una pubblicazione scientifica in cui si spiega cosa è stato fatto e come.

Nel frattempo che si fa, anche in vista di un’eventuale seconda ondata di coronavirus?

Ci si convive, non possiamo far altro. Senza troppo stress ma mantenendo sempre l’attenzione sulle tre regole di base: mascherina, distanziamento e lavaggio delle mani. Per chi si è abituato è ormai un automatismo. Così siamo arrivati ai risultati di giugno e luglio e così possiamo difenderci da un momento di risorgenza. Mi conceda una nota di ottimismo. Se guardo i numeri dell’Italia e li paragono a quelli di altri grandi paesi, anche a noi vicini, penso: “Meno male che sto in Italia”.

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