giovedì, 22 Ottobre 2020
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“Tutta la vita davanti”, la precarietà secondo Virzì

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La storia narrata nella pellicola, ultima fatica del regista livornese è quella di tante persone che si trovano nella situazione di Marta (Isabella Ragonese), una ragazza colta, curiosa e taciturna, laureata in filosofia, che ha grandi difficoltà a trovare un lavoro vero; dopo varie esperienze come baby sitter, trova un impiego nel call center di un’azienda che commercializza un elettrodomestico futuribile e si avventura così in un nuovo mondo, composto da telefoniste, venditori invasati, danze motivazionali, jingles aziendali, premiazioni, applausi e penitenze. Marta si immerge nella spensieratezza di quel mondo per lei sconosciuto in cui ci si entusiasma per le vicende del Grande Fratello, per gli stivali ultimo grido della capotelefonista Daniela (Sabrina Ferilli), e per lo stile confidenziale di Claudio (Massimo Ghini), il boss dell’azienda, che si chiama Multiple. Finché non si rende conto che dietro la facciata da villaggio-vacanze di quel luogo di lavoro si celano abusi, plagi e sfruttamento di tante ragazze e ragazzi; Marta decide così di rivolgersi a quel sindacalista (Valerio Mastandrea) paziente e tenace, deriso da tutti, per riferirgli quel che accade in quell’azienda dai metodi moderni. Dalla sua testimonianza prenderà vita un’iniziativa di pubblica denuncia che però complicherà ulteriormente la questione.
“Tutta la vita davanti” non è un film dai toni drammatici perchè, come ha spiegato Virzì, “il tutto è raccontato in chiave fantasmagorica e grottesca, senza però risultare irrealistico” ma viene raccontata una società italiana che vive sull’orlo del baratro a causa di una precarietà troppo forte, di un futuro tutt’altro che scritto, di situazioni lavorative al margine. “La stessa locandina (che rimanda al Quarto Stato di Pellizza da Volpedo con gli impiegati del call-center al posto dei braccianti di inizio ‘900 – ndr) non vuole certo dire che i lavoratori precari di oggi sono i nuovi contadini. E così il film vuole solo denunciare, in maniera quasi scherzosa, una nuova forma di disagio nel mondo del lavoro e della vita senza essere lagnoso né scadere nell’autocommiserazione. Lo spirito dei lavoratori subalterni è infatti quello di critica ironica”.
A rendere ancora più penetrante la storia è la voce narrante di Laura Morante che non si vede mai, ma che accompagna lo spettatore, e con esso Marta, alla scoperta di un mondo che tutti conosciamo fin troppo bene e di cui vorremmo parlare ridendo; e non a caso il finale tutto al femminile è uno degli elementi più belli e poetici di tutto il film, che riesce a rendere giustizia a tutte quelle donne che combattono ogni giorno contro la precarietà della propria esistenza. Un film drammatico, realistico, forte, che arriva nelle sale proprio a 15 giorni dalle elezioni politiche, quasi a voler dare un segnale forte, univoco: il cinema racconta delle storie ma se queste storie sono reali e vissute, anche avere tutta una vita davanti, se si continua in questo modo, potrà bastare per sopravvivere.

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