In una città smart come la nostra, se rimanessimo a piedi per un qualsiasi motivo potremmo noleggiare al volo una bici o un’auto, grazie a una semplice app sullo smartphone (ne parliamo sul numero di marzo de il Reporter). Oppure potremmo acquistare un biglietto dell’autobus con un sms. Ma se rimanessimo un’intera giornata senza smartphone? Forse rischieremmo di perderci.

In 10 anni siamo passati da usare il telefono 18 minuti al giorno a circa tre ore. Le spendiamo per lo più sui social (primo tra tutti Whatsapp), ma anche nel controllare aggiornamenti in diretta sul web e casella mail. Steven Soderbergh, premio Oscar e prolifico regista (suoi Erin Brokovich, Effetti  collaterali, Magic Mike, oltre alla serie degli Ocean’s dagli “eleven” in giù), ha appena presentato al Festival di Berlino il primo film girato interamente con un cellulare.

“Lo smartphone è la nuova frontiera della creatività”, ha dichiarato.  Ma attenzione: il film si chiama Unsane e non a caso è un thriller psicologico. I cellulari di ultima generazione sono così presenti nella  nostra vita quotidiana da aver generato una serie di “tecno-malattie”. Secondo una ricerca inglese la mania del selfie e è diventata una sorta di disturbo ossessivo-compulsivo, abbiamo stuoli di adolescenti con il “pollice ad artiglio”, deformazione delle articolazioni che di solito colpisce gli ultra-settantenni e siamo circondati da “gobbe da smartphone” ovunque ci troviamo, in coda alla posta, sui mezzi pubblici, per strada.

Già proliferano gruppi di auto-aiuto per liberarsi dalla dipendenza da tecnologia e percorsi per avvicinarsi al momento cruciale: l’eliminazione dallo smartphone della propria app preferita. Pare infatti che la guarigione passi da qui: dalla consapevolezza che per riprendersi qualcosa di importante come il proprio tempo, è necessario lasciare andare qualcos’altro. Ma forse non avevamo bisogno di un seminario per capirlo.