Il 24 giugno 1930, per onorare la memoria e le virtù civiche del valoroso, eroico condottiero fiorentino Francesco Ferrucci, nel quarto centenario della morte e della caduta della Repubblica, un comitato cittadino decise, dopo una rigorosa ricostruzione filologica, di far rivivere il calcio in costume, ispirandosi alla famosa partita del 17 febbraio 1530 giocata in piazza di Santa Croce a sfida e dileggio delle truppe assedianti che credevano ormai Firenze già soccombente. Da questa partita giocata da militari in una pausa di lotta che durava da mesi, si ebbe l’intuizione di far rivivere l’odierna tradizione popolare, nel rispetto delle regole dell’antico gioco e nel contesto cinquecentesco dei protagonisti di allora.

LA RIEVOCAZIONE

La rievocazione doveva servire, non solo a vanto e gloria di un fulgido passato e come richiamo turistico, ma soprattutto a rivendicare le origini di popolari sport quali il foot ball ed il rugby allora emergenti. Vennero stabiliti in maniera permanente, fogge dei costumi, insegne, reparti e milizie, armi, armature, regole del gioco, musiche e comandi militari in perfetta similitudine alla famosa, eroica partita dell'assedio. All’antica partita venne però sostituito, per ragioni ambientali, il terreno di gioco: la piazza di Santa Croce con quella, ancor più prestigiosa, di piazza della Signoria. Il giorno della partita una folla impressionante fece ala al passare del corteo e le tribune alzate per l’occasione nella piazza in un batter d’occhio furono gremite. Dopo il successo riportato e l'enorme interesse dimostrato dai fiorentini e dagli stranieri per il Calcio in Costume, si stabilì che annualmente le partite si ripetessero e fu così con sempre maggiore partecipazione e consenso fino al 1942, quando vennero sospese a causa degli eventi bellici durante la seconda guerra mondiale.

VIAGGIO NEL PASSATO

Da quella fatidica data del 24 giugno 1930, ogni anno (eccetto che nel periodo bellico), in occasione dei festeggiamenti di San Giovanni Battista, patrono di Firenze, la città rivive l’appassionante contesa di un fascinoso, commemorativo viaggio nel passato, non più in piazza della Signoria, ma in Santa Croce, dove si disputò la memorabile partita dell’assedio. Fra l’agonismo delle squadre dei quattro quartieri storici, in tre accanitissime partite (due semifinali e la finale), il 24 giugno si designa il vincitore; senza trionfalismi ma con la convinzione di rivivere, nelle trame del passato, relazioni sociali della realtà moderna. Il multicolore corteo dai ricercati costumi, specchio dell'abbigliamento di cinque secoli fa, è composto da cinquecentocinquanta partecipanti che, con le livree dei calcianti che vestono calzoni a sbuffo e maglie dei rispettivi colori, le divise dei nobili cavalieri (scelti fra i discendenti delle storiche famiglie fiorentine) e dei fanti, con le armi e le bandiere dell’epoca, ci riportano come per incanto nell’eccitante, allegra e festaiola atmosfera del Rinascimento.

LA PARTITA

La partita si svolge sul lastricato della piazza, ricoperto di una spessa coltre di sabbia. Il campo ha una lunghezza di metri 100 per 50 e recinto da palizzata; nei lati minori del rettangolo vi sono le “porte” dove si getta la palla per segnare la “caccia”. Le attuali manifestazioni sono sempre seguite da una folla considerevole di fiorentini e turisti, che gremisce immancabilmente le tribune, in attesa non solo dell’inizio delle partite, ma anche della spettacolare e maestosa sfilata del corteo della Repubblica Fiorentina e della policroma coreografia dei rituali prima della disfida. Con lo schieramento del corteo nelle sue sgargianti uniformi colorate che sembrano formare un grande arcobaleno, il Capitano di Guardia, attenendosi alle regole dell’etichetta militare del XVI secolo, dà gli ordini ai quali segue il collettivo “saluto” dei figuranti, segue poi la lettura della grida da parte dell'Araldo della Signoria rivolta al “magnifico messere”, autorità che al termine della gara consegnerà alla squadra vincente il palio e la bianca vitella, che una volta finiva arrostita e che ora invece torna puntualmente nella stalla. Quindi, con una serie di colpi di colubrina ha finalmente inizio la partita. Sono sufficienti pochi attimi di gioco per trasformare l'intera piazza: quella che prima appariva un'ordinata scenografia, dopo non è altro che un groviglio di uomini nella polvere, impegnati allo spasimo nella ricerca di marcare la “caccia”. Gli spettatori, immedesimandosi nella foga del gioco, passano ad incitare l’una o l’altra squadra. Da subito i cinquantaquattro calcianti (ventisette per parte) accesi di spirito di fazione e d’ansia di vittoria, intrecciano trame di fitti passaggi, prese aeree del pallone, zuffe, plateali placcaggi e mischie dando vita ad un gioco vivo e serrato che ha qualcosa anche del moderno rugby e della lotta libera. Il regolamento prevede che il pallone possa essere colpito sia con le mani che con i piedi, ma non deve rimanere statico; in tal caso l'arbitro fischia e ferma il gioco, rimettendo la palla “alla battuta” lanciandola in aria al centro del campo. Ad ogni “caccia” segnata, lo sparo delle colubrine sancisce il punto per l’una o l’altra squadra; in quel momento si inverte lo schieramento in campo: i giocatori che hanno marcato, col sorriso sulle labbra e la bandiera del proprio quartiere al vento, mentre i vinti con la faccia seria e con l’insegna bassa e avviluppata all’asta. Se la palla invece va al di sopra della rete, viene considerato fallo a sfavore della squadra attaccante che ha sbagliato il tiro e che pertanto perde mezza caccia.  Due mezze cacce costituiscono una caccia. Anche “il corner”, ossia la deviazione del pallone sopra la rete, viene considerata mezza caccia a sfavore dei difensori.

“VIVA FIORENZA”

L’accanimento dei contendenti rende via via più cruenta la lotta ed accresce, per conseguenza, l’ansia del pubblico e delle rispettive accesissime tifoserie. Un gioco animato da tanto ardore e vitalità, che permette a tutti i calcianti di essere protagonisti e non comparse, sfogando collettivamente le loro intemperanze giovanili, rivalità e passioni. La partita, che ha la durata di cinquanta minuti, non può terminare in parità, per cui l'arbitro la farà proseguire fintanto che il punteggio non sarà variato. Alla fine la squadra vincente riceve simbolicamente in premio la bianca vitella, ritirata festosamente dai calcianti ormai con le maglie a brandelli o a torso nudo, unitamente al palio dipinto tutti gli anni da un noto artista. Al termine dello scontro, un “Gridate con me Viva Fiorenza” è l’invito conclusivo del Capitano di Guardia del Contado e del Distretto, a cui fa eco il patriottico “Viva Fiorenza” urlato a squarciagola dai componenti del corteo storico. Una cerimonia incentrata sulla cultura che distinse fino dalle sue origini il nobile gioco fiorentino, palestra che da sempre ha coinvolto ricchi e poveri, cortigiani e popolani. Dalla Florentia colonia romana, al Medioevo, al Rinascimento fino a tutto il Settecento il nostro gioco del calcio, vivo ed eterno come la città che ha prodotto cultura e tradizione, ha originato, per le tantissime analogie, il moderno foot-ball di massa esportato con precise regole sotto il marchio del “made in England”, sebbene i suoi natali siano da ricercarsi inequivocabilmente non in Inghilterra bensì a Firenze.