Nel momento in cui mandavamo in stampa il numero di novembre de Il Reporter le cronache locali riportavano l’ennesimo caso di molestie o tentate molestie contro una donna per le vie di Firenze. Le violenze sessuali, spesso ai danni di giovani donne straniere, hanno rappresentato il macabro ritornello delle ultime settimane. E’ lecito chiedersi quanto durerà.

Lo scorso settembre, dopo lo stupro di Rimini, qualsiasi telegiornale apriva con un nuovo caso di violenza sulle donne, quasi che si fosse scatenata una battaglia. Per giorni abbiamo avuto l’impressione di un’emergenza sociale in corso. Finché non è stata rimpiazzata da un’altra emergenza. E’ la stampa, bellezza. Le notizie hanno un naturale ciclo di vita che non corrisponde necessariamente alla rilevanza reale del fenomeno.

Secondo i dati Onu oltre un terzo delle donne nel mondo ha subito una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. In Italia sono quasi una su tre, nella popolazione tra i 16 e i 70 anni (Istat, 2015). Due terzi delle vittime degli omicidi in ambito familiare sono donne. La discriminazione in ambito lavorativo è ancora elevata: le donne guadagnano in media tra il 10 e il 30% in meno rispetto ai colleghi di pari livello (Onu).

Da qualche parte ho letto che gli stereotipi di genere vengono interiorizzati dai bambini nei primi 10 anni di vita. In quarta elementare il modello della donna debole e sottomessa vs l’uomo forte e creativo è già profondamente radicato nella coscienza. Un cliché che fa a pugni con il mondo reale per il resto della vita, generando risposte aggressive. Fornire modelli alternativi agli adulti di domani, prima di tutto attraverso le dinamiche domestiche, potrebbe essere un primo passo per combattere la violenza.

Ogni giorno, non soltanto quando ce lo ricorda la cronaca o la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre.