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Dante Alighieri non era un tipo pop. La Crusca e il Sommo Poeta

Non è stato sempre considerato il padre della lingua italiana. Intervista a Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, in occasione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri

Se Dante Alighieri si ritrovasse per qualche ora nel XXI secolo probabilmente non è davanti a un pc o a uno smartphone che passerebbe il tempo a disposizione. Mettiamo però che, per caso, si imbatta in uno dei tanti video pubblicati da popolarissimi youtuber: cosa penserebbe? Li considererebbe ambasciatori moderni della lingua italiana? “Non penso proprio. Con ottime probabilità li disprezzerebbe”. È granitico il professor Claudio Marazzini, linguista e presidente dell’Accademia della Crusca che nell’anno in cui ricorrono i 700 anni dalla morte del sommo poeta dedica mostre e iniziative alla sua memoria.

“In vita Dante non ebbe nessun atteggiamento di simpatia popolare. L’unica scelta popolare che fece fu quella della lingua, e in questo senso ebbe la sensibilità del divulgatore. Ma per il resto fu sempre un aristocratico – continua Marazzini –.  È celebre la novella di Franco Sacchetti (che fa parte della raccolta Il Trecentonovelle, scritte dal Sacchetti alla fine del Trecento, ndr) intitolata “Dante Alighieri fa conoscente uno fabbro e uno asinaio del loro errore, perché con nuovi volgari cantavano il libro suo” in cui Dante sente un fabbro recitare male i versi della Divina Commedia, così prende i suoi ferri e li butta in strada. Alle rimostranze del fabbro risponde in soldoni, Tu rovini l’opera mia e io la tua”. Dante era aristocratico e superbo”.

Sommo Poeta sì, ma solo col passare del tempo

Insomma, l’autore del Convivio e del De vulgari eloquentia non era proprio un tipo simpatico. Tant’è che a lungo non riscosse – per vari motivi, da ricercare anche nel suo impegno politico – nemmeno l’approvazione di molti studiosi. Difatti “sommo”, Dante, lo è diventato col tempo. Il poeta, scrittore e uomo politico, conosciuto nei cinque continenti e considerato il padre della lingua italiana, non è sempre stato una star. O meglio, era un personaggio molto popolare anche al suo tempo, ma non era universalmente apprezzato e riconosciuto come un maestro.

Ad esempio Pietro Bembo, grammatico, poeta e umanista, un paio di secoli dopo la morte di Dante si guardava indietro additandolo come un modello imperfetto, talvolta volgare, autore di testi che avrebbe fatto meglio a non scrivere. Meglio Petrarca, se si doveva scegliere una guida tra i padri fondatori della lingua. E questa storia è andata avanti nel tempo. “Anche nei secoli successivi non era sempre il preferito – continua Marazzini –. La preferenza per Dante arriva nell’Ottocento, negli anni in cui nasce l’Italia. Giuseppe Mazzini lo dice con chiarezza: non si può esser italiani senza aver letto Dante”.

L’Accademia della Crusca e Dante Alighieri

“Gli accademici hanno sempre guardato a Dante con interesse speciale. Ma alla fine del Cinquecento, quando nasce l’Accademia della Crusca, qualcuno aveva fatto le pulci al sommo poeta”. Nessuno oggi oserebbe contestare un verso dell’autore della Divina Commedia. Schiere di studenti potrebbero giurare di essersi sognati l’Alighieri, con la sua veste purpurea, bacchettarli per un accento sbagliato o una terzina dimenticata. Eppure è così. Ma arriva un momento in cui l’Italia salda il conto lasciato in sospeso con Dante e questo momento è l’Unità.

“La Crusca, come tutti gli italiani, considera Dante il padre della nostra lingua. E già nel Seicento gli accademici lo collocano al primo posto della loro personale classifica pubblicando, nel 1695, la Divina Commedia con il marchio dell’Accademia della Crusca”. Ma, sempre ritornando a quella famosa macchina del tempo, cosa penserebbe Dante di neologismi come “friendzonare” o “blastare”? “Non lo so. Quello che posso dire è che Dante stesso fu autore di alcuni neologismi, quindi probabilmente non si scandalizzerebbe molto. Però c’è da specificare una cosa al riguardo: l’Accademia della Crusca riceve ogni anno numerosissime segnalazioni di neologismi (da bofu a whattsappare, da fasarsi a skillare, da svapare a vegefobia e la lista sarebbe ancora molto lunga, ndr), ma non tutte queste parole diventano poi di uso comune ed entrano a far parte dei vocabolari ufficiali”.

I neologismi e Dante

Per intendersi, prima che un nuovo termine entri ufficialmente a far parte del lessico italiano devono passare un po’ di anni e deve entrare veramente nella testa e nelle abitudini delle persone. Non si deve trattare di occasionalismi, ovvero di meteore linguistiche. “Non so se friendzonare entrerà a tutti gli effetti a far parte della nostra lingua, ma – ad esempio – spoilerare viene ormai utilizzato con grande frequenza di alcuni anni”. Insomma, anche le nuove parole si ritrovano a un certo punto in una selva oscura e non si sa se il loro destino sarà poi uscirne o smarrirsi per sempre ed essere dimenticate. “Tutti possono inventare un neologismo ma non tutti sono sicuri che duri nel tempo”, prosegue il professore.

Ma quali erano i neologismi danteschi? “Ad esempio immiarsi e intuarsi sono neologismi di Dante e significano, rispettivamente, io che mi faccio te e tu che ti fai me”. Molto poetici ma non esattamente di uso quotidiano. “Eppure, per l’autorevolezza dantesca, questi termini sono riportati in tutti i vocabolari italiani”. Come a dire: ubi maior… friendzonare cessat.