giovedì, 21 Gennaio 2021
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L’anima a nudo di Alain Bonnefoit

"Alain Bonnefoit. L’anima a nudo": si inaugura a San Gimignano la retrospettiva dell’artista francese curata da Maurizio Vanni: 50 opere che raccontano il lavoro degli ultimi 40 anni. Taglio del nastro sabato 14 giugno alle 18, alla Galleria d’arte moderna e contemporanea “Raffaele De Grada”.

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La mostra “Alain Bonnefoit. L’anima a nudo”, che si inaugurerà il 14 giugno alle 18 alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” di San Gimignano, vuole ripercorrere i quaranta anni di attività pittorica dell’artista francese che, nella sua personale ricerca, ha sperimentato i più diversi mezzi espressivi. Per avere un’esaustiva panoramica del suo lavoro, saranno così esposti fino al 17 agosto: 22 oli su tela e su tavola, 12 tecniche miste, 11 sumi-e, 6 sculture e 15 disegni.

Una retrospettiva sull’opera di Alain Bonnefoit potrebbe voler dire ripercorrere, attraverso i suoi nudi femminili, quel periodo storico artistico rimasto in disparte rispetto al concettualismo della fine degli anni Sessanta, ovvero quel settore della cultura che, pur assecondando i mezzi espressivi contemporanei come la fotografia, la video-arte e tutte le discipline comunicative collegate all’arte elettronica, è rimasto coerente al proprio credo esistenziale basato sull’homo faber. Per artisti come Bonnefoit, infatti, sembra che il tempo si sia fermato, ma questo non vuol dire che nelle sue opere si percepisca un’involuzione stilistica o una regressione primordiale. Al contrario, l’artista francese ma italiano d’adozione, ci dimostra come si possa essere contemporanei anche con un mezzo espressivo tradizionale.

Vedere lavorare Alain Bonnefoit corrisponde a una gioia emotiva: l’artista di fronte alla modella entra quasi in una sorta di trance creativa e lavora sospinto da un vero e proprio stato di grazia. I suoi sumi-e – tecnica orientale basata sull’utilizzo di fogli speciali e chine particolari dove il pennello non deve mai lasciare la carta –, le sue tecniche miste e i suoi dipinti ad olio non corrispondono mai a semplici ritratti, non ci riconducono al concetto classico di nudo, non hanno niente a che vedere con le Veneri rinascimentali, ma in alcuni casi potrebbero sembrare dei ritratti ideali di corpi-contenitori d’anima. Posture improbabili, espressioni estatiche, fusione segnico-cromatica tra volumi e fondo – in certi casi la bidimensionalità è talmente accentuata che la figura si staglia dal fondo solamente per mezzo dei propri contorni abilmente marcati – e grande libertà del colore: se da una parte il sumi-e potrebbe essere considerato una delle tecniche di maggiore libertà espressiva, dall’altra, con i dipinti ad olio, è il colore a giocare il ruolo di agente che sconvolge la prevedibilità di un soggetto che non appare mai come ci aspetteremmo.

I nudi femminili di Bonnefoit stupiscono, incuriosiscono, meravigliano, ma dopo aver dedicato un po’ del tempo a una visione più approfondita, rassicurano e fanno immergere in un’atmosfera che conduce oltre il soggetto e permette di percepire le giovani anime ribelli imprigionate dal velo di Maya che cripta tutte le cose del mondo. “I suoi dipinti ad olio e le sue tecniche miste – come scrive il curatore della mostra Maurizio Vanni nel catalogo della mostra – propongono dei nudi di donna più suggeriti che rappresentati, collocati in un’atmosfera senza tempo, magica e per questo non reale, che immediatamente proiettano lo spettatore a ridosso di uno stargate dimensionale. Al di qua di questa linea i suoi lavori ci appaiono come sinuosi nudi di donna, dei corpi privi di abiti proposti, talvolta, attraverso bizzarre e improbabili posture che sprigionano passionalità e voluttà. Il corpo sembra stagliarsi a tal punto dal fondo da creare una sorta di lacerazione cromatica, di taglio dolce ed enigmatico. Al di là di questo confine immaginifico potrebbe trovarsi un nudo di donna inteso come pretesto per cercare il fulcro di tutte le cose. L’essenza della realtà o ciò che in filosofia potremmo definire la verità della verità. Se così fosse lo spettatore non dovrebbe più accontentarsi di seguire le linee di superficie, ma dovrebbe considerare il nudo come un mezzo piuttosto che un fine”.

 

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