sabato, 17 Aprile 2021
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Oltre il Bargello, il futuro dei musei dopo la pandemia

La pandemia, il digitale, la sfida della cultura nel nostro paese. Intervista a Paola D’Agostino, direttrice dei musei del Bargello

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A certe cose non ci si abitua. Il 14 febbraio la Toscana tornava in zona arancione e i musei chiudevano le loro porte. Nel giro di un anno, era la terza volta. “Certamente la più difficile da digerire. Mi auguro che questo sia l’ultimo sforzo”. Paola D’Agostino, una carriera tra i maggiori musei d’arte di Londra e degli Stati Uniti e dal 2015 direttrice del Museo nazionale del Bargello di Firenze, guarda avanti, al futuro del suo museo e degli altri quattro riuniti nello stesso gruppo: Cappelle medicee, Orsanmichele, Casa Martelli, Palazzo Davanzati. L’abbiamo intervistata.

Cosa ne pensa della chiusura dei musei?

Essendo stati i primi nel mondo a dover fronteggiare la pandemia, siamo stati anche i primi ad attuare l’esercizio di apertura e chiusura. Parlo abbastanza frequentemente con i colleghi in Inghilterra, Francia e Germania dove, messo tutto insieme, i musei sono rimasti aperti forse ancora meno tempo che da noi. In Italia si è cercato di ristabilire quanto prima, con tutte le precauzioni di sorta, un minimo di quotidianità. La differenza rispetto a tanti musei europei e nel mondo è che lì chi ha riaperto non ha più chiuso. Noi siamo alla terza chiusura. Necessaria, a fronte del proliferare delle varianti: non oso mettere bocca su cose che non conosco a fondo e mi attengo a quello che stabiliscono il Comitato tecnico scientifico e il governo. Mi auguro però che quando si deciderà di riaprire lo si farà tutti insieme. Con i musei in prima fila, perché ormai siamo diventati un po’ le cavie della cultura, ma spero che con noi possano riaprire anche i cinema e i teatri”.

Le persone verranno?

La riapertura di gennaio ha sfatato il mito secondo il quale i musei riaperti senza turismo sarebbero rimasti vuoti. Non intendo dire che abbiamo avuto frotte di visitatori o file all’ingresso, per fortuna. Ma pur negli orari singolari che abbiamo dovuto osservare, abbiamo comunque registrato l’affluenza di persone che hanno scelto di lasciare la propria casa e venire a visitare un museo perché l’hanno sentito come un ambiente controllato e sicuro. Penso che si debba fare un discorso diverso: in quest’ultimo anno abbiamo tutti patito l’isolamento sociale. Uscendo da uno stato psicologico anche molto faticoso, chi si è recato nei musei ha potuto avere quel ritorno al mondo in tranquillità, in raccoglimento. Una delle sensazioni più piacevoli di queste riaperture.

Ma un calo della domanda non rischia di penalizzare i musei piccoli?

C’è un problema di sostenibilità economica e uno di accessibilità. Anche i musei che hanno le spalle molto grosse hanno sofferto, molti grandi musei nel mondo per prima cosa hanno eliminato quello che ritenevano superfluo nel personale. Cosa che qui non è accaduta, neanche nei musei non statali. In questo momento è fondamentale far capire che non esistono musei maggiori o minori. Il Bargello è un luogo straordinario, quando sono arrivata tutti quelli che lo visitavano mi dicevano che in qualunque altra parte del mondo che non fosse Firenze sarebbe stato il museo più visitato della città. Per troppo tempo in Italia, quando si diceva che “con la cultura non si mangia”, si è puntato esclusivamente sul consumo turistico. E questo alla fine ha impoverito tutto il sistema.

La battaglia sul lungo termine è quella di far conoscere il patrimonio e saperlo offrire in maniera diversa, fare in modo che i visitatori diventino – per usare un termine brutale – consumatori di cultura ogni giorno. Riteniamo ancora i musei luoghi da visitare una volta nella vita per la loro bellezza estetica e per turismo, mentre invece sono luoghi, oltre che di ricerca, dove si raccontano delle belle storie e si può appassionare qualcuno, come è stato fatto con me, al patrimonio artistico, alla nostra storia civile, politica, di coscienza.

Sono stati anche i mesi in cui i musei si sono spostati sul digitale. Lei cosa ha imparato?

Una delle cose che mi ha colpito di più, non sempre in senso positivo, è stata la quantità di seminari, webinar, pubblicazioni e confronti che si sono fatti sul ruolo del museo. Come se improvvisamente non sapessimo più qual è la nostra natura. Ho visto prodotti digitali di altissima qualità, altri invece si sono fatti prendere dall’angoscia dell’“oddio, ci dimenticano”, trovando modi non sempre adeguati. Certo è che anche noi, che di contenuti digitali ne abbiamo pochissimi, in un anno abbiamo triplicato i follower su Instagram e abbiamo visto crescere la pagina Facebook aperta proprio il giorno della seconda chiusura. Credo che sia importante arricchire i contenuti sul sito istituzionale e che il digitale possa essere un ausilio indispensabile per incuriosire prima della visita o per un approfondimento dopo. Ma la pandemia ci ha insegnato che poi si vuole venire a visitare the real thing. Si va ancora a vedere Donatello e Michelangelo dal vivo.

Però oggi persino l’arte digitale è una realtà, tutto il settore si deve confrontare con certi strumenti. In che modo?

Se lei cerca contenuti su Michelangelo trova tutti gli approfondimenti possibili, su piattaforme digitali e non. Il digitale può essere un ausilio enorme per un’operazione di inclusione. Pensiamo alle persone con disabilità, che hanno la possibilità di toccare, sentire, ascoltare le opere e goderne in modi che altrimenti non potrebbero. C’è un potenziale enorme per lo studio, ad esempio nelle riproduzioni ad altissima risoluzione che permettono di studiare le opere e le tecniche con dettagli esponenziali. Questo potrà mai sostituire la visita in presenza? Credo di no.

Il premier Draghi presentando il suo programma al Senato ha parlato di “transizione culturale”.

C’è un luogo che adoro, in cui andavo spesso a studiare: l’Istituto centrale per la documentazione del catalogo. Dovrebbe essere l’ente che raccoglie il patrimonio italiano, lo cataloga e lo rende fruibile a tutti. Faccia un sondaggio e veda quanti musei italiani hanno le loro collezioni digitalizzate, facilmente accessibili e consultabili. In Inghilterra, dove da questo punto di vista c’è una storia di coscienza del pubblico molto avanzata, già negli anni Novanta erano partiti progetti di catalogazione massiccia delle collezioni. Lo stesso modello si è sviluppato negli Stati Uniti. Soprattutto per noi che siamo musei statali, credo l’obiettivo dei prossimi tre anni di un sistema museale nazionale si debba estrinsecare anche in questo: avere cataloghi accessibili online, dare a tutti la possibilità di studiare e capire. Lo dico con dolore, purtroppo siamo un paese diviso in tre, lo si è visto con questa fantomatica Dad. Non ci sono infrastrutture che consentano parità di accesso. Questo creerà delle fratture enormi nella capacità di comprensione tra regioni più o meno avanzate da questo punto di vista. Io mi auguro che si riesca a fare questo salto di qualità, che l’Italia renda il suo patrimonio accessibile in un linguaggio rinnovato. Il problema è che abbiamo numeri talmente alti che servirebbe una task force che lavorasse solo a questo.

Il suo mandato scade fra 3 anni. C’è un progetto che vorrebbe vedere concluso prima di allora?

Molti progetti. Sono iniziati i lavori straordinari di riallestimento al Museo nazionale del Bargello di Firenze. Siamo partiti con gli avori, la Cappella, le oreficerie, poi toccherà alla sala delle maioliche e alla collezione di arte islamica. Vorrei vedere completati anche la sala barocca e il medagliere, che purtroppo abbiamo posticipato per motivi economici. L’allestimento è un momento fondamentale di conoscenza. Il Bargello ha una collezione di medaglie, sigilli, monete, bronzetti, unica al mondo. Non solo in termini di numeri ma in termini di prestigio e varietà. Ma se vengono messi in mostra in modo che non si vede qual è l’oggetto importante, se non c’è una didascalia in doppia lingua, alla fine questi manufatti straordinari restano muti e invisibili, persi nel mare magnum delle tante cose.

Un altro progetto che vorrei vedere finito, o almeno avviato, è la Chiesa di San Procolo, perché è stata un’operazione fatta con il soprintendente Pessina che ha aggiunto un’enorme potenzialità e ha reso quell’edificio di nuovo un bene pubblico che vorrei venisse fruito. E infine vorrei vedere Orsanmichele aperta tuti i giorni, con i visitatori che possano accedere a quello che è il pantheon della scultura rinascimentale. Orsanmichele resta una spina nel cuore di Firenze.

Il Museo del Bargello di Firenze come celebrerà l’anno dantesco?

Con due mostre. Non è immediato associare il più importante museo della scultura italiana alla figura di Dante Alighieri, ma tra tutti i luoghi fiorentini il Bargello è il luogo dantesco per eccellenza. Il Palazzo del Podestà già esisteva, Dante l’ha frequentato e soprattutto è tra queste mura che è stato mandato in esilio e condannato a morte. Il più antico ritratto del poeta si trova qui. Cominceremo in primavera con una mostra sulla primissima ricezione della Commedia a Firenze subito dopo la morte di Dante.

Il titolo è “Onorevole e antico cittadino di Firenze”, racconta di come Firenze si è riappropriata del suo poeta, di come la città lo rifà fiorentino grazie a un proliferare di manoscritti e riedizioni della Commedia. È un progetto realizzato in collaborazione con l’Università di Firenze, i curatori sono tre il professore Luca Azzetta, Sonia Chiodo e Teresa De Robertis che hanno messo insieme un ricchissimo racconto sul modo in cui la Commedia cominciò a diffondersi a Firenze. È una storia che per troppo tempo è rimasta confinata nei diversi specialismi e che invece va fatta conoscere al grande pubblico.

Il secondo progetto è per i mesi autunnali, si intitola “La mirabile visione. Dante e la Commedia nell’immaginario simbolista” ed è curato da Carlo Sisi. È una mostra sulla seconda vita del Bargello, diventato il primo museo nazionale del Regno d’Italia proprio grazie alla scoperta del ritratto dantesco, negli anni Quaranta dell’Ottocento, quando il Bargello era ancora un carcere. Senza quel ritratto avrebbe avuto una sorte tutta diversa. Con Dante, con tutto quello che il poeta significava in quel momento storico e politico, il Bargello è risorto. Iniziò un imponente lavoro di restauro, uno dei primissimi restauri conservativi in Italia, fatto con un impegno civico encomiabile e nel 1865 aprirono le porte del museo nazionale. Con una mostra dedicata, guarda caso, proprio a Dante Alighieri, nel sesto centenario della nascita.

da Il Reporter di marzo 2021

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