giovedì, 28 Maggio 2020
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La peste a Firenze: il coronavirus di altri tempi!

Mantenere le distanze, lavare i panni, evitare i luoghi affollati: nella Firenze ai tempi della peste, stessi consigli e stesse paure di oggi

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Firenze, dal Trecento al Seicento, patì il terribile morbo della peste per ben 23 volte! La peste fu subito sinonimo di morte; il suo nome, probabilmente, trovò le radici nel latino peius, “peggio”, a significare il “peggiore” dei mali che, insieme alla fame ed alla guerra, erano le più gravi sciagure che affliggevano l’umanità.

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In queste tristi epidemie i fratelli della Misericordia si distinsero per coraggio e abnegazione, portando la loro assistenza agli sfortunati concittadini rimasti colpiti dal morbo, somministrando loro cibo, curando i piagati, trasportando i malati al lazzaretto, sotterrando i morti e separando i sani dai presunti “infetti”, conducendoli fuori le mura di cinta.

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Storia della peste a Firenze

Infatti, nelle pestilenze del 1523 e del 1527, addossate alle mura esterne da Porta alla Giustizia fino alla Porta al Prato, furono allestite frettolosamente 600 capanne con assi e paglia per alloggiare coloro, più emaciati e in cattivo arnese, ritenuti verosimilmente in quel particolare stato ormai prossimo per essere “ammorbati”. Il contagio nelle persone si manifestava con sbadigli e insistenti starnuti. Da ciò l’uso, rimasto fino ad oggi, quale espressione augurale, di dire a chi starnutiva: “salute!”. Questo come augurio, ma il consiglio ricorrente era quello di esortare i sani a fuggire al più presto dalla città verso luoghi non affollati e particolarmente ventilati.

Meglio andarsene, come fece nel 1523 Andrea del Sarto, “il pittore senza errori”, che si trasferì a Luco nel Mugello, dove eseguì la famosa Pietà di Luco oggi alla Galleria Palatina a Palazzo Pitti, e così pure il Pontormo – con il suo allievo Bronzino – che si ritirò, quale ospite, alla Certosa del Galluzzo, dove affrescò le lunette del chiostro con scene della Passione. Naturalmente fuggiva solo chi poteva permetterselo, mentre i poveri, rimanendo, cercavano rimedio attraverso una particolare prevenzione d’igiene facendo fregagioni su tutto il corpo con aceto, vernaccia o malvasia, disinfettando l’aria con “fuoco di buone legna”, cercando di nutrirsi al meglio per corroborare il fisico, riposare e “prendere sollazzi” per non avvilirsi e cercare di non aver contatto con la gente.

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Era tanta la paura di essere contagiati che, per comprare qualcosa, non si entrava nelle botteghe, ma indicando dalla strada la merce da acquistare col gesto della mano o con una canna. Le monete del pagamento (come i ritiri della merce) venivano poste su delle apposite palette dal lungo manico, simili a quelle dei fornai e fatte cadere in catini pieni d’acqua e aceto, vuotati poi alla sera a chiusura dell’esercizio, quando si ritenevano disinfettate.

Pure le chiese, all’inizio affollate di devoti imploranti, non erano più frequentate per paura del contagio, per cui si assisteva alla Santa Messa all’aperto, celebrata agli incroci delle strade nei tabernacoli a mensa. Si partecipava così alla liturgia da lontano, a debita distanza gli uni dagli altri, ma anche dalle finestre e dai balconi per evitare il più possibile ogni contatto col prossimo.

L’Arciconfraternita della Misericordia, sempre nella pestilenza del 1523, ebbe anche l’intuizione di fornire alla cittadinanza un manuale per far conoscere e prevenire il morbo, curarlo e renderne meno efficace la diffusione. Il libretto, scritto dal medico Girolamo Buonagrazia, iniziava con l’affermare che la peste era mandata da Dio per correggere il popolo dai suoi peccati… per cui occorreva confessarsi, dire le orazioni, fare “limosina” e opere buone.

L’illustre medico passava poi ai consigli pratici d’igiene, senza mai citare abluzioni con l’acqua, ma suggerendo di andare ad abitare in zone ventilate e non vicino alle “acque morte”, mangiare cibi con pane, carne e vino ed assumere certe sostanze ricostituenti ed efficaci contro il male come la polvere di corallo o quelle di corna di cervo, di ambra e di perle. Consigli per i benestanti, che la massa popolare non poteva permettersi, rimanendo pertanto la più esposta al contagio.

Probabilmente i consigli del Buonagrazia, eccetto quello di andarsene dalla città, avranno avuto poco effetto, mentre invece, più efficace per tutti era il provvidenziale aiuto dei fratelli della Misericordia che si distinsero anche nel gestire il Lazzaretto di San Bastiano degli Ammorbati, in via dei Malcontenti. Da allora il primo patrono della Misericordia, San Tobia, iniziò a lasciare il posto nel patrocinio a San Sebastiano, sempre più vicino alla devozione dei Fiorentini proprio in occasione delle pestilenze.

Nel lazzaretto le terapie usate contro il male erano mirate in primo luogo a cercare di riportare un po’ di colorito sui volti lividi degli appestati, attraverso la somministrazione di farmaci composti da zafferano e pane arrostito intriso d’aceto con ruta e cipolla. Si propinavano poi sciroppi curativi a base di cedro e limone, bevande di orzo e semi di popone e la famosa “Triaca”, farmaco di origine antichissima ottenuto dall’unione di cento ingredienti, dotato di virtù magiche e capace, si diceva, di risolvere ogni tipo di male. I bubboni della peste venivano trattati con l’unguento di scorpione e le piaghe erano cauterizzate a mezzo di ferri roventi, vetriolo e calce viva.

I panni dei ricoverati dovevano essere “purgati” cioè lavati nel lazzaretto dai “lavapanni”, operai ben pagati perché pochi accettavano questo incarico ritenuto molto a rischio per il contagio. Alla fine di ogni epidemia i sopravvissuti andavano a ringraziare la Vergine al Santuario della Santissima Annunziata, mentre per la città si gridava a squarciagola, per riconoscenza: “Viva la Compagnia della Misericordia!”.

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