mercoledì, 22 Settembre 2021
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Storia del centro Lebowski calcio di Firenze, dalla nascita a Borja Valero

La storia della società C.S. Lebowski di Firenze, club nato dalla passione di un gruppo di giovani tifosi che ha stregato anche Borja Valero

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Dalle stalle alle stelle. Così si potrebbe sintetizzare, senza paura di essere smentiti, la storia del club di calcio “Centro Storico Lebowski” di Firenze, che ha appena annunciato l’ingresso di Borja Valero – nientepopodimenoche – tra le fila dei suoi collaboratori nella Promozione.

Un ingresso blasonato, insperato, e per questo agognato da un club che fin dalla sua nascita ha fatto della filosofia di Drugo Lebowski (indimenticabile protagonista della pellicola dei fratelli Coen “Il grande Lebowski”) il proprio mantra quotidiano. “Prendiamola come viene”, ripete Drugo nel film. E “Prendiamola come viene” avranno pensato i ragazzi del team del Centro Storico Lebowski quando sono andati a bussare alla porta di Borja Valero per domandargli se – per caso – gli potesse interessare, una volta abbandonata la maglietta della Fiorentina, con la quale ha giocato in Serie A, di andare a tirar calci al pallone nello stadio Tavarnuzze, dove si allena la Promozione del piccolo club di calcio fiorentino.

Calcio, la storia del Centro storico Lebowski di Firenze: dalla serie Z fino a Borja

E come ogni fiaba che si rispetti, anche quella del C.S. Lebowski – cresciuto a suon di sportellate nel viso, tra gol non segnati e qualificazioni conquistate a fatica – ha il suo happy ending. Perché Borja Valero ha davvero detto sì, e dall’inizio di questa stagione dispenserà consigli sulla tecnica calcistica e sul modo migliore per conquistare qualche posto in classifica in più ai giocatori della squadra.

Ma facciamo un passo indietro. Cos’è il Centro Storico Lebowski di Firenze, qual è la sua storia e perché è così speciale da convincere un asso del calcio da Serie A a collaborare (senza compenso) con un piccolo club di Firenze? Il Centro Storico Lebowski nasce oltre quindici anni fa a Firenze, precisamente in piazza d’Azeglio, come proprietà collettiva (più di recente trasformata in una cooperativa), ovvero, per spiegarla in soldoni, come società di proprietà dei tifosi (e delle tifose).

Il gruppo originario era infatti una comitiva di amici stanchi delle dinamiche del calciomercato contemporaneo, desiderosi di dare vita a qualcosa di più genuino, di più autentico, insomma di ritornare a godere della gioia del “giuoco del pallone”. E così, dal niente, come ammettono loro stessi, è nata una storia.

C.S. Lebowski, la società fondata dagli studenti tifosi

“Di posti in cui siamo arrivati ce ne sono stati tanti ma spesso ne abbiamo preso atto solo dopo esservi giunti, un po’ stupiti. Sicuramente ci sono delle cose che sono oggettive: il calcio stava cambiando, diventava sempre più fotogenico e falso. Anche le curve stavano cambiando, meno selvagge e libere. Ma nel 2004, nel 2005, nel 2006, queste cose le capivamo? Ne parlavamo? E in quanti?”, si legge sul sito del club.

Nel 2004, anno della prima apparizione in campo della squadra, si contava sugli spalti un numero esiguo di sparuti e “scalcagnati” tifosi, con un’età media tra i 18 e i 20 anni, studenti di un liceo classico fiorentino ma non solo, insomma i primi soci “finanziatori” del club. La storia del centro Lebowski di Firenze comincia così nei primi anni 2000, ma oggi vanta oltre 800 soci, di ogni età e estrazione sociale che giocano, collaborano o finanziano la società di calcio animati solo dalla passione per questa storia nata a Firenze, a qualche chilometro di distanza dallo stadio Artemio Franchi. Il club ha una prima squadra maschile e femminile, una juniores maschile, una di calcio a 5, una squadra amatoriale maschile e femminile e una scuola calcio da 150 bambine e bambini.

Un nuovo modello di calcio, com’è nato il club Lebowski di Firenze

“Un modello radicalmente alternativo al calcio a cui siamo sempre stati abituati – si legge sul sito del C.S. Lebowski – in cui la passione e l’amore sono sempre minacciati dai capricci e dalle alterne fortune di padroni, finanziatori, mercati. Questo modello ci garantisce una totale libertà, e la certezza che quello che succederà in campo sarà il risultato non di dinamiche in mano ad altri, ma solo dei nostri sforzi, con in più quel tocco di magia e imprevedibilità che ci fa tanto amare questo gioco”.

E ancora: “Questo modello, però, comporta anche delle grandi responsabilità: tutte e tutti devono dare qualcosa, sia in termini economici che di impegno, per fare in modo che la macchina funzioni e che nessuno debba dare troppo. In primo luogo, i giocatori, le giocatrici e lo staff indossano i nostri colori in cambio di piccoli rimborsi spesa, rinunciando quindi a compensi ben più alti, mostrando grande consapevolezza nel progetto e permettendoci di programmare un bilancio sostenibile”.

Niente compensi dunque e una gestione condivisa non solo del gioco ma anche delle gioie e dei “dolori” che ne conseguono (allo sviluppo del quale chiunque può collaborare, in varie maniere). “È il calcio, bellezza”, verrebbe da dire parafrasando la battuta di un’altra storica pellicola. È il calcio quello vero, fatto dalla gente, dagli spalti e dal piacere di esultare e di piangere dimenticando per 90 minuti tutto il resto. I ragazzi del Lebowski ci hanno creduto. E anche l’amatissimo Borja pare non sia da meno.

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